Interviste



José Manuel Fajardo a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi

Esce in questi giorni, Il mio nome è Jamaica, l'ultimo libro di Josè Manuel Fajardo, per i tipi di Guanda, tradotto da Pino Cacucci. Un viaggio che riconcorre i sentimenti umani di Santiago e Dana, l'amore, la perdita, la vita e la morte, il dolore e la felicità. Un'umanità che traspare la forte scrittura che mescola le carte della dolcezza e della durezza, che non lascia spazio alle illusioni ma che continua a cibare i sogni d'ottimismo. Josè Manuel Fajardo, si racconta e racconta il suo ultimo libro a Paola Zoppi, che ha condotto l'intervista.

Da cosa parte l'idea di scrivere “Il mio nome è Jamaica”?
Questo romanzo ha un'origine multipla. È nato da un'esperienza personale, che non è presente nel romanzo ed è legata alla morte della moglie di un mio amico. Ho visto con i miei occhi la distruzione nell'animo e nel fisico di questo mio amico. Ho assistito al colpo inferto alla sua vita e questo evento ha caraterizzato fortemente il personaggio di Tiago. La domanda che ci si pone è, dopo tutta la sofferenza, il dolore, come si può continuare a vivere, come sopravvivere? Quando la logica, che noi pensiamo, abbia la vita, colpisce la nostra vita, cancellando le nostre convinzioni, come si può sopravvivere? Dall'altro vuole essere anche una riflessione sulla memoria storica che il mio paese ha perduto, come la storia ebraica e quella islamica dimenticate, come il nodo torni ad essere nell'identità.

Qual è il ruolo che gioca Dana, nel suo romanzo?
Ho costruito il personaggio di Dana avendo in mente un grande riferimento letterario, come sempre nei miei romanzi. È necessario avere un orizzonte letterario quando si scrive un libro, il mio è stato, in questo caso, il Don Chisciotte. Ho voluto dare una versione attuale di questo gioco: l'uomo che diventa pazzo e che attraverso la follia innesca un meccanismo di conoscenza dell'altro. Dana è il personaggio che incarna la realtà, il senso della ragione. In mezzo a tutti i deliri, Dana è lo sguardo più razionale, più legato alla realtà, anche perchè lei è veramente ebrea, rispetto a Tiago che crede di esserlo. Il gioco tra i due personaggi è il centro del romanzo: la capacità di relazionarsi e l'influenza che uno esercita sull'altro.

Qual è il sentimento che domina nel suo libro?
È la ricerca dello spazio di felicità dopo il dolore più grande. Io sono, in fondo, un'ottimista, a volte gli amici mi dicono che i miei libri sono duri, ma c'è sempre una vena ottimista. Bisogna affrontare il dolore, conoscerlo, per poter riconoscere e trovare la felicità. Tutto il viaggio che i personaggi fanno, sono le strade per la ricerca della felicità. Questa è un'esperienza comune a tutti gli esseri umani, la vita è, in fondo, la storia di una perdita, è necessario riflettere sulla realtà della vita.

Quanto conta credere oggi?
L'identità è il grande enigma di oggi. La grande paura di perdere l'identità è per me, un po' paradossale, non credo che sia così facile perdere la propria identità. Alle volte può anche essere una prigione, e non una libertà. Quello che è difficile è equilibrare chi siamo con la libertà di costruire se stessi. Noi non siamo solo quello che siamo, cioè io non sono solo spagnolo, vissuto a Madrid, scrittore, che parla spagnolo, ma posso diventare anche qualcosa altro, oppure posso essere questo e altro insieme, una somma di elementi.
A volte questo bisogno di credere a qualcosa più o meno fisso, può essere una prigione terribile.

Qual è il confine fra finzione e follia che lei traccia?
La follia è una via d'uscita per il personaggio, è l'unica strada che trova per fuggire dal dolore. La finzione è un meccanismo molto interessante per la conoscenza e la strada che porta a certe verità concrete, non grandi verità, ma verità concrete. È attraverso la finzione che si instaura il patto fra scrittore e lettore. Quello che c'è dietro alla struttura del romanzo, contiene una verità, è importante che lo scrittore renda credibile la stora per permettere al lettore di capire la verità che c'è dietro. È un altro meccanismo di conoscenza che non passa per la ragione o la scienza, ma attraverso le emozioni, vivere le emozioni e i sentimenti degli altri.

Domani, in Italia, si celebra la giorno della memoria, che cosa rappresenta Israele oggi, per gli ebrei?
Israele per me è la prova che non si tratta di un problema territoriale ma della incapacità di relazionarsi con gli altri. Il popolo ebraico in Europa ha subito e sofferto le persecuzioni più atroci, oggi Israele è uno Stato, non un popolo, è una costruzione giuridico-politica e a volte reprime gli altri popoli presenti sul proprio territorio, come il caso dei palestinesi. La relazione conflittuosa fra noi e gli altri è un problema umana, dopo la storia subita, ottenere il potere politico può trasformare gli uomini in persecutori a loro volta. Certo la storia di Israele non è equiparabile alla persecuzione europea nei loro confronti, ma ciò non toglie che vi siano situazioni di ingiustizia nei confronti dei palestinesi.
La parte triste di tutto ciò è che nonostante lo sterminio degli ebrei, in Europa, ebrei e non, da questo abbiamo imparato poco. Continuiamo a ripetere gli stessi pregiudizi e le stesse ingiustizie, a manifestare la stessa capacità di trasmettere l'odio. La maniera in cui è stato creato Israele da parte degli stati europei è una sorta di riparazione al danno, ma questo nasconde un'incapacità di integrare gli altri, invece di risolvere i problemi, le persone sono state mandate a vivere altrove. R ipeto, io sono un'ottimista, credo che le persone come siano capaci di odiare, siano capaci di vivere insieme e di riconciliarsi. La strada, senza dubbio, è lunga e molto difficile. Attendo il giorno in cui vi sarà il ricongiungimento, in cui vi sarà il rispetto dei diritti umani.

© Denzil Sequeira
Tishani Doshi a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Il talento di Tishani Doshi non può passare inosservato e il suo romanzo d'esordio è una promessa per la scrittura che verrà, ma de Il piacere non può aspettare, ci sono curiosità che l'autrice ci ha svelato in questa intensa intervista.
D: Cosa ti ha spinto a iniziare il cammino della scrittura?

R: Ho iniziato a scrivere poesia quando avevo circa 20 anni e credo di non aver mai fatto nulla nella mia vita che mi abbia emozionato così tanto, o che mi abbia ossessionato così. Una volta che scopri la passione per qualcosa, è difficile allontanarsene. Scrivere quindi è diventato gradualmente il centro della mia vita. Così è come vivo, senza questo, non sarei in grado di definire me stessa, o di relazionarmi con il resto del mondo. Potrei fare altre cose nella mia vita, ma scriverò sempre. Per ora so questo.

D: Ho letto in una tua recente intervista che Il piacere non può aspettare si è ispirato alla tua famiglia. Puoi dirci qualcosa in più a  riguardo?

R: Credo che quando cominci a scrivere, attingi sempre la vita reale, specialmente se queste cose hanno un valore per te. Per me, la storia d'amore al centro del libro, fra Babo Patel e Sian Jones, è liberamente ispirata dai miei genitori – la combinazione dei Gujarati Welsh, le lettere scritte, ecc... ma la maggior parte delle cose accadute nel passato è fiction. È interessante il confine fra finzione e realtà. Penso che per uno scrittore, la memoria sia uno strumento forte, anche se qualche volta è ingannevole. Ricordiamo cose in un modo particolare, ma è il modo in cui scegliamo di ricordarlo, è in questo modo che la memoria viene romanzata. La cosa più interessante di scrivere un romanzo è che non è necessario essere fedeli alla vita reale, ma devi essere fedele alla storia.

D: Nel tuo romanzo c'è una mistura di presente e passato. Qual è il ruolo che gioca la memoria in esso?

R: La memoria gioca un doppio ruolo. C'è la memoria dello scrittore (di me stessa), la quale è, come ho detto all'inizio, un po' inaffidabile. E ci sono tutti i personaggi che ho creato e i loro ricordi. Credo che la  capacità di manipolare la memoria, tutti i livelli della memoria, è ciò che rende finzione, il lavoro. Per il libro ho parlato con mio padre dei suoi ricordi, di quando era studente a Londra negli anni Sessanta, di quando viveva negli YMCA, perchè avrei voluto ricreare quegli anni con lo stesso grado di autenticità. Ogni tanto, mia madre mi raccontava i suoi ricordi d'infanzia in un villaggio in Galles, che ho in qualche  modo riprodotto nella narrazione. Ma ci sono i ricordi che ognuno può creare, e le cose strane, in fiction, sono quelle create dai ricordi, che le trasformano in reali. È in questo modo che lo scrittore è quasi un dio, perchè scrive in terza persona, crea un universo, e lo riempie delle proprie verità. È una cosa veramente potente. Ma è vera solo se il lettore ci crede.

D: Gli eventi storici del Novecento cambiano il background in cui le vicende della famiglia Patel-Jones si districano, creando un nuovo tipo di famiglia. Come pensi sia possibile coniugare tradizione e progresso?

R: Quello che volevo fare era scrivere una storia su una famiglia, i Patel-Jones. Erano il microcosmo ideale per esplorare le grandi cose universali, come l'amore, l'idea di casa, la morte, la famiglia, ecc... Ma c'è stata la necessità di metterli contro il resto del mondo per contestualizzarli. Ho fatto riferimenti a Carlo e Diana sposi, all'assassinio di Indira Gandhi, alla prima hit dei Beatles, Love Me Do, e ognuno di essi è relazionato ad uno o più personaggi. Suppongo sia un mio modo di dire che l'individuo ha sempre un modo per essere in contatto con il resto del mondo. Tutti ci ricordiamo dove siamo stati quando abbiamo sentito la notizia dell'uccisione di John Lennon, o di John F. Kennedy. Quando ricordiamo questi grandi eventi storici nella nostra vita, sappiamo esattamente quelle che sono state le emozioni e gli stati d'animo in quel momento. È uno strumento forte. Quasi come un odore, come le madelines proustiane, che ci riportano alla situazione. Ero interessata proprio a questi collegamenti. Allo stesso modo il rapporto fra tradizione e progresso, questo succede ogni giorno in India ed è un cambiamento che guardiamo procedere ad alta velocità. Può essere emozionante ma anche un po' spaventoso.

D: La tua parte di indiana ti ha aiutato a scrivere questo romanzo?

R: Non so come rispondere. Credo che la mia persona, composta da gallesi e indiani, mi abbia aiutata a scrivere il romanzo, ma penso che vivere in India per gran parte della mia vita, mi abbia permesso di immergermi in una vera cultura narrativa, dove le storie sono molto importanti, e le storie stesse le trovi per strada o nei giornali ogni giorno, questo mi ha aiutata. Ricordo quando andai in Antartide e rimasi a bocca aperta per il panorama. Quella fu l'unica volta nella mia vita in cui non fui capace di scrivere, non fui in grado di rispondere a qualcosa, con le parole. In seguito mi resi conto che fu a causa del fatto che non c'erano persone. Ho preso coscienza che ciò che mi interessa, infine, sono le cose umane, le loro debolezze, le loro possibilità, per me, un luogo senza persone, è difficile da immaginare! Prendiamo l'India, composta da più di un miliardo di persone, non devi immaginare molto, ogni cosa è lì, esattamente di fronte a te!

D: Tu scrivi poesie, cosa pensi si possa esprimere solo in poesia, oggi?

R: Non penso sia stata una decisione cosciente. È come ha detto Neruda: “La poesia è giunta a cercarmi...Non so da dove venisse, se dall'inverno o dal fiume”. Se sei un poeta, scrivi perchè sei costretto a farlo, perchè devi. Per me, la poesia resta la più viscerale, immediata reazione al mondo. La più squisita. La migliore poesia ti trascina nel profondo, più di un romanzo intero, ed è questa sorta di distillazione ed essenza che mi affascina.

Angeles Caso a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Non smentisce la qualità delle narrazioni proposte dalla casa editrice indipendente Marcos y Marcos e lo testimonia un altro straordinario libro, Controvento di Angeles Caso. Volto del telegiornale spagnolo per un paio di anni, lascia il mondo giornalistico per la scrittura dove storia e fiction sono al centro della sua narrazione, con un occhio di riguardo al coraggio delle donne. 

PZControvento è un romanzo reale. Innanzitutto, perchè ha scelto questo titolo?

AC: Perché la protagonista, São, ha dovuto lottare sempre contro tante   avversità: l’immigrazione, la povertà, il razzismo, il maschilismo e la violenza di certi uomini.

PZ: São, la protagonista, proviene da Capo Verde, ed è una donna che è presente, veramente, nella sua vita. Come ha scelto di raccontare la storia di São?

AC: Mi sembrava che fosse una storia da raccontare, una storia di sofferenza, di paura, ma anche di coraggio e di speranza. Avrebbe potuto diventare una tragedia, ma è finita bene grazie alla forza della protagonista. Per me, in quanto scrittrice di romanzi, conoscere quella storia è stato un regalo.

PZ: Nel suo romanzo vi è una preponderanza femminile, e ogni donna che tratteggia ha una storia personale intensa, qual è il messaggio che deve giungere al lettore?

AC: Volevo parlare di quelle donne coraggiose e generose, che si aiutano fra loro per soppravivere. Mi commuove la solidarietà tra donne.

PZ: São ha un grande sogno, quello di diventare medico e aiutare la povera gente del suo paese. L'elemento innocenza conta molto in questo romanzo?

AC: Sì. Mi interessava il patto che lei fa con se stessa per non perdere mai quest’innocenza, nonostante tutte le brutte esperienze che dovrà attraversare.

PZ: La vita di Sao è un succedersi di difficoltà, di sogni infranti, di delusioni. Quanto è importante continuare ad avere fiducia negli altri?

AC: Sartre diceva che l’inferno sono gli altri. Forse è vero, ma io credo che anche la salvezza si trovi negli altri. Una persona isolata non è nulla. Se perdiamo la fiducia negli altri, diventiamo isole deserte, piene di roccie e nient altro.

PZ: Che cosa rappresenta l'Europa per Sao?

AC: La terra della ricchezza, quella dei dottori e delle medicine gratuite. La terra dove lei potrà avere una vita migliore e dove i suoi figli potranno vivere lontani dalla miseria. Credo che sia quello che pensano tutti gli immigrati. Nonostante la crisi economica, siamo ancora una delle aree più ricche del mondo.

PZ: Qual è il rapporto che ha Sao con gli uomini a partire da don Jorge?

AC: Con don Jorge lei ha imparato che alcuni uomini avrebbero potuto abusare di lei. Ma non ha mai voluto credere che fossero tutti uguali.

PZ: In Algarve, Sao, incontra l'illusione di un amore. Chi è Bigador?

AC: Bigador è uno di quegli uomini che sono capaci di sedurre una donna, di farle credere che troverà il paradiso vicino a lui, e poi, quando riescono ad avere il potere, diventano dei torturatori. Purtroppo, è una storia troppo comune. Qui, in Spagna, ben 52 donne sono state uccise quest’anno dai loro uomini. Credo che il terrorismo maschilista sia una grande tragedia in tutte le società.

PZ: Secondo lei qual è il motivo che spinge e convince le donne a passare oltre la violenza dei propri mariti, fidanzati, compagni? Perchè Sao vuole credere a tutti i costi che Bigador sia un altro?

AC: Immagino che debba essere troppo difficile ammettere che l’uomo meraviglioso del quale ci siamo innamorate è diventato un mostro. Specialmente se abbiamo dei fligli con lui. In più, questi uomini le convincono a credere di non valere nulla senza di loro, e di meritare le loro violenze. In quelle vittime avviene un’ evoluzione psicologica più volte analizzata dagli psichiatri, ma molto difficile da capire se non la si è vissuta in prima persona.

PZ: Qual è la faccia reale dell'immigrazione nel suo paese, la Spagna?

AC: Credo che qui le condizioni dell’immigrazione siano migliori che in Italia. Le nostre leggi sono più giuste e generose. Spero che la crisi non cambi questa realtà. È troppo facile accusare “gli altri” quando le cose non vanno bene.

PZ: Per lei, quale potrebbe essere la ricchezza di una società multietnica?

AC: Tutte le società sono multietniche. La storia è un continuo ripetersi di migrazioni, invasioni e mescolanza. E la convivenza multietnica ci dà richezza e profondità. Non credo nelle etnie pure.

© Robert Muller
Thrity Umrigar a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

I ricordi, le emozioni, la voce di una Bombay lontana nelle parole di una straordinaria scrittrice contemporanea, Thrity Umrigar, autrice del capolavoro, Il prezzo del paradiso, edito da Neri Pozza e tradotto da Gioia Guerzoni. Leggi la recensione del libro qui.
PZ: Lei ha vissuto a Bombay per lungo tempo, che cosa ricorda di quei giorni?

TU: Ho vissuto a Bombay fino all'età di 21 anni. E ho un'infinità di ricordi ma tra tutti ricordo i monsoni e di come avvolgessero la città e le persone insieme, ricordo la riva del mare e di come ogni sera centinaia di cittadini di Bombay, di ogni religione e classe sociale e background passeggiassero sul lungo mare insieme. Era come se tutta la città ne venisse rappresentata.

PZ: Secondo lei, in che modo può l'India coniugare le proprie tradizioni alla modernità, al progresso, senza che con questo scompaiano nella società di oggi?

TU: Credo che l'unico modo possibile sia aumentare il tenore di vita della maggior parte delle persone, non solo dei ricchi. Mentre ogni cosa è buona per lo sviluppo della comunità globale, bisognerebbe chiedersi che cosa sono le tradizioni umanistiche, che cosa porta le persone a unirsi piuttosto che a dividersi, e che cosa permette alle tradizioni di resistere.

PZ: Le sue esperienze di vita l'hanno influenzata nel suo mestiere di scrittrice?

TU: Io ho iniziato a scrivere – principalmente brutta poesia – quando ero molto giovane. Volevo diventare una poetessa o una scrittrice ma non sapevo cosa bisognasse fare per diventarlo, e non avevo modelli a cui ispirarmi. Così ho deciso di diventare una giornalista, questo è stato un modo per scrivere, ma anche per pagare le bollette.

PZ: Che cosa l'ha spinta a scrivere Il prezzo del paradiso, un romanzo straordinario, edito da Neri Pozza?

TU: Ho conosciuto una donna in un festival letterario, durante un tour promozionale per un altro libro. Mi disse che suo figlio, adulto, era mancato e mi raccontò anche in quali circostanze morì. Il racconto mi commosse molto. Due anni più tardi, ebbi l'idea per un racconto breve, in cui una giovane coppia americana si trasferisce in India dopo aver perso il loro bambino. Scrissi il racconto e un amico mi suggerì di trasformarlo in un romanzo. Anche se i miei personaggi sono diversi dalla signora che ho conosciuto, il romanzo ha le sue radici in quell'incontro.

© Jocelyn Seagrave

Wendy Law-Yone a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Una delle voci più cariche e profonde provenienti dalla Birmania: Wendy Law Yone racconta il suo romanzo, Il seme del papavero, e il suo paese, rivelando anche qualcosa di se stessa. (Leggi la recensione del libro qui)

PZ: Na Ga, la protagonista del suo libro, non è il suo vero nome. Chi è in realtà Na Ga?

WLY: Na Ga è il nome da bambina della protagonista. è solamente un nome temporaneo, un nickname datole da bambina secondo la sua cultura. Un'usanza del suo popolo, una piccola tribù che vive sulle alture della Birmania, spetta alla madre sussurrare il vero nome, il nome ufficiale del bambino, all'interno di un seme di papavero. Il seme viene quindi seccato e conservato. Quando il bambino sarà grande abbastanza per chiedere, la madre gli rivelerà il nome contenuto nel seme, e questo seme contenente il nome verrà legato intorno al collo del bambino, come una sorta di protezione dagli spiriti.

PZ: L'instabilità affettiva, e i difficili rapporti umani che contraddistinguono Na Ga sono dovuti alla perdita del seme del papavero che conteneva il suo nome? Perde così anche la sua identità?

WLY: Dare un nome, come tutti sappiamo, è una nozione essenziale per l'identità e l'appartenenza. Il fatto che Na Ga sia sradicata dalla propria casa prima di aver conosciuto il suo vero nome è simboleggiato dalla perdita del suo seme di papavero. Oltre a essere derubata del suo nome, viene derubata anche della sua identità. per il resto della sua vita rimane senza seme, senza radici, senza nome in svariati modi.

PZ: Il suo personaggio ama o vuole amare?

WLY: L'amore è un istinto umano. Ma esprimere l'amore, il linguaggio del desiderio, della fiducia, simpatia, compassione di cui l'amore è composto, non è sempre automatico. Molti di questi devono essere appresi e la vita di Na Ga è tale che le lezioni di amore sono state per lo più confuse e deludenti. Per non dire fuorvianti.

PZ: Quando Na Ga viene deportata in Thailandia, lei descrive la prostituzione delle adolescenti e il turismo sessuale che le circonda, la loro quotidianità e le loro incertezze. Lei si è certamente documentata. Qual è la vera situazione, che ha riscontrato, di queste ragazze?

WLY: Ho una confessione da fare, e sembrerà strano dato il tipo di libro che ho scritto. In realtà non ho fatto il tipo di ricerche che uno si aspetterebbe, non ho fatto "dure" ricerche in senso giornalistico. Ho letto diversi articoli di giornale e i rapporti sui diritti umani, più un paio di trattati accademici sul problema della prostituzione nel Sudest asiatico. Questo prima. Nel momento in cui ho deciso di cominciare a scrivere il romanzo, ho smesso di leggere del tutto sull'argomento. E non ho provato neanche una volta a intervistare una prostituta, o a vedere com'è l'interno di un bordello. La ragione di questo ha a che fare con la natura del libro che avevo in mente sin dall'inizio. Conosci lo scrittore tedesco Gert Hofmann? È uno dei miei preferiti - purtroppo è scomparso. Ha scritto un romanzo dal titolo “La parabola del cieco”, un piccolo capolavoro di circa 150 pagine. Riesce ad entrare nel mondo medievale del quadro di Breughel (il quale, come un'allegoria biblica, rimane in un'ultima analisi, misterioso) – in modo così chiaro e preciso solo per un breve istante di illuminazione esplosiva. Successivamente, lo sguardo del lettore su questo mondo è cambiato per sempre. Ho voluto scrivere qualcosa di simile. Presto, però, ho compreso che non era possibile che il mio romanzo fosse così breve e preciso. Il mondo dell'altopiano birmano richiede molta più esplorazione da parte del lettore, rispetto al mondo del contadino medievale.

PZ: La strada per Wanting è il limbo della coscienza? La resa dei conti?

WLY: È un concetto meraviglioso - la strada per Wanting come un limbo. Limbo, senza dubbio, è un concetto cristiano. È una redenzione. Nei miei romanzi mi sono spesso interrogata sulla redenzione, o sulla sua mancanza. In generale, sono contraria alla redenzione - nella letteratura, comunque. Ma l'idea del limbo è più intrigante, ha un finale più aperto, rispetto al purgatorio o alla redenzione.

PZ: Quali sono le prospettive di vita per una giovane donna in Birmania?

WLY: Immagino che si stia ancora parlando delle giovani donne come Na Ga. Sai, sono cresciuta in Birmania, negli anni Cinquanta e Sessanta, la società era conservatrice e moralista. Il sesso non era un argomento di cui parlare liberamente - lasciamo perdere la prostituzione. Ma guarda che cambiamento ora. Gli hotel in Rangoon hanno un bordello interno, e le prostitute lavorano nei casinò, nei centri per massaggi, e i ristoranti sono in parte o del tutto di proprietà dei generali. Le prostitute birmane sono oggetto di traffici, vi è qualcosa come 40000 donne birmane che lavorano nei bordelli tailandesi. Molte di loro provengono da minoranze etniche. Molte di loro sono ancora bambine, minorenni. E la metà di loro è stata contagiata dal virus del HIV. Ma i bordelli tailandesi sono solo una parte della storia. Le donne birmane non sono oggetto del commercio solo in Tailandia, ma in Cina, in Giappone, in Corea, in India, in Malesia e in Bangladesh.

PZ: Che cosa ha trovato quando è potuta tornare in Birmania?

WLY: Sono tornata in Birmania solo una volta da quando ho lasciato il paese nel 1968. Sono tornata dopo 33 anni di assenza, in modo davvero insoddisfacente. Ho visitato il paese come una turista, e non avevo grandi aspettative per un ritorno di quel tipo. Quale può essere la tua esperienza di tre settimane di viaggio in condizioni ristrette, in una dittatura militare? Ho scritto un pezzo per Time magazine sulle mie impressioni generali (http://www.time.com/time/asia/2003/journey/burma.html) ma devo dire che il breve viaggio non ha fatto molto per riparare la rottura psicologica che causa l'esilio, nel rapporto fra un esilio e il paese d'origine.

PZ: Come ha preso la notizia delle imminenti elezioni in Birmania, il 7 novembre, indette dal regime militare?

WLY: Penso, come disse Gandhi quando gli chiesero che cosa pensasse della democrazia occidentale, che fosse un'idea eccellente. In pratica, purtroppo, le elezioni truccate lasciano poco spazio all'ottimismo.

PZ: Pensa che Aung San Suu Kyi sarà liberata il 27 novembre? Cosa pensa che accadrà?

WLY: Purtroppo, non c'è nulla, nello stato o nella politica dell'attuale dittatura militare, che possa dare una speranza che Aung San Suu Kyi venga rilasciata in un prossimo futuro.

PZ: La sua scelta di diventare scrittrice è stata influenzata dalla sua storia familiare?

WLY: Si, gli eventi famigliari insieme agli eventi politici. Chi ha detto che sarei diventata una scrittrice se mio padre non fosse stato uno scrittore a sua volta, e uno scrittore la cui carriera è stata profondamente segnata dai turbolenti eventi politici? Ho preso coscienza della scrittura - cioè ne sono divenuta consapevole - quando mio padre era in prigione. Essere in grado di esprimere le idee e sentirle prese in considerazione, nelle lettere che gli scrissi, per esempio, furono entrambe terapeutiche e istruttive. Permisero una sorta di conversazione che non ho potuto avere con lui, faccia a faccia. Prima del carcere, non aveva nè tempo, nè pazienza, per lunghi dialoghi con i suoi figli.


© Toni Härkönen
Sofi Oksanen a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

La Purga di Sofi Oksanen è il libro del mese di LibrInTerra, leggi la recensione del libro nella pagina dedicata: http://www.librinterra.com/p/il-libro-del-mese.html

PZ: Il suo romanzo affronta un periodo storico dei paesi Baltici, pressochè sconosciuto in Occidente. Qual è l'evento che l'ha spinta a scrivere il suo romanzo?

SO: Ho ascoltato molte leggende sui Fratelli della foresta (il movimento di resistenza nei paesi baltici), ma erano storie di uomini, non di donne, anche se per il movimento l'aiuto che ebbero dalle case di campagna (dalle donne) era essenziale, la medicina, il cibo, i vestiti e così via. Così questo fu il modo in cui le donne furono cruciali per la resistenza e per questo motivo è stato in gran parte donne e bambini, furono deportati in Siberia nella deportazione di massa del 1949. Il potere sovietico voleva fermare l'attività nelle foreste colpendo donne e bambini. E funzionò. (Un'altra ragione delle deportazioni di massa si può trovare nella collettivizzazione, i contadini non volevano unire le loro fattorie nelle fattorie collettive e perdere le proprie terre e le proprietà).
Oltre a questo ho voluto scrivere delle violenze sessuali usate come arma di guerra – l'arma di guerra più economica della storia umana, che può spezzare la spina dorsale dell'intera comunità – e le sue conseguenze sulle scelte che si possono fare nella vita e il suo lato psicologico.
Dopo la guerra nei balcani fu evidente che il mondo non cambiò di molto – anche nell'Europa moderna vi furono campi di concentramento di stupro nel Novecento. Non sembra possibile, ma fu così. Quindi, come possiamo essere sicuri che non accada di nuovo? L'arte è un'occasione per descrivere gli individui, non solo numeri come fanno i notiziari, o come i libri di storia. Ma la mente umana non è costruita in un solo modo, possiamo provare compassione verso milioni di persone e vittime, ma si può provare compassione, empatia e anche identificarsi con gli individui, che possono essere personaggi che possono provenire da posti totalmente diversi dal tuo. Attraverso questi tipi di esperienze il lettore può comprendere molti dei diversi tipi di mondo, differenti tipi di esperienze – e comprendere le persone che provengono da mondi completamente diversi. Quindi c'è una possibilità di ridurre la xenofobia e il razzismo. E anche comprendere l'esperienze di una vittima è importante. Questo è il potere dell'arte.

PZ: C'è qualcosa che accomuna le donne nel dopoguerra, donne che hanno subito un trauma, ed è il silenzio. Crede che possa essere considerato più un linguaggio che un rifugio?

SO: Jehanne M Gheith ha studiato i sopravissuti ai Gulag e ha scoperto che il trauma psicologico occidentale ha creato un discorso dominante sul trauma, che non coincide con le esperienze di un sopravvisuto al Gulag. Il trauma psicologico occidentale non ha un linguaggio per i traumi che sono stati dimenticati per mezzo secolo come è accaduto con i Gulag.
Il trauma psicologico occidentale considera il parlare l'unico modo per sopravvivere e andare avanti, ma cosa succede nei casi in cui non vi sono possibilità di parlare apertamente? O in società che ti considerano un criminale? In alcuni casi la riabilitazione dei sopravvissuti al Gulag è avvenuta solo dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Ma Jehanne M Geith ha scoperto che le vittime avevano trovato da soli il modo di sopravvivere – che è ben diverso dalle strategie che sono considerate strategie di sopravvivenza in Occidente. Per esempio i sopravvissuti avevano molte strategie di sopravvivenza non verbali o non descritte.

Dan Lungu a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi

Qualche mese fa ci siamo imbattuti in un libro singolare, Il paradiso delle galline, edito da Manni e tradotto da Anita Bernacchia. L'autore è Dan Lungu, una delle voci della letteratura romena contemporanea, il libro ci ha colpiti molto per il suo paragonare le persone a delle galline, nella loro fase di transizione, dopo il crollo del regime comunista, si ritrovano, in questo piccolo villaggio alle porte dell'Europa, a fare i conti con una nuova esistenza alla quale dovranno abituarsi. L'intervista è condotta da Paola Zoppi.
PZ: Come mai ha pensato alle persone come galline?

DL: Questa è una metafora centrale del romanzo che ho trovato mentre scrivevo. Le persone che escono da questo comunismo hanno ancora questa mentalità di tipo assistenziale e aspettano che tutto venga deciso dall'alto e quindi questo si intona bene al tema dei gallinacci che hanno lo stesso comportamento.
Questa mentalità di non dover decidere in autonomia ma attendere qualcuno che decide per te trasforma queste persone in piccoli animali domestici.

PZ: Qual è il panorama della letteratura romena oggi?

DL: La letteratura ha cominciato a cambiare radicalmente dopo il 1989 ed è cambiata in modo più radicale di quanto sia cambiata la società. È interessante il fatto che non solo la letteratura ma anche il cinema, l'arte siano cambiate in modo molto più radicale e molto più rapidamente di quanto sia cambiata la società. E tra tutte le arti penso che il cinema, il film siano quelli che hanno avuto una visibilità maggiore rispetto al resto. Se guardiamo alla letteratura direi che oggi c'è una letteratura abbastanza diversificata, che si sviluppa in diverse direzioni e che sta iniziando, anzi ha già iniziato da tempo, ad essere conosciuta in Europa.

PZ: Si può scrivere degli anni Ottanta, in Romania, oggi?

DL: Oggi in Romania si può scrivere di qualunque cosa, c'è una grande libertà. Gli anni Ottanta sono il periodo più nero, più buio del comunismo verso la fine della dittatura e molti scrittori di oggi in Romania scrivono della loro infanzia che risale a quegli anni lì. È un tema che emerge molto nella letteratura di oggi.

PZ: Cosa pensa del Nobel per la letteratura ad Herta Muller assegnatole nel 2009?

DL: L'indomani di questo Nobel c'è stata una gioia enorme in Romania, fra gli scrittori, e ovviamente c'è stata una polemica chi diceva possiamo considerarla una scrittrice romena oppure no. Perché ha scritto solo un libro in Romania prima di andare in Germania e anche questo era in lingua tedesca. Rimane, comunque, impregnata di quella mentalità, di quegli eventi vissuti in Romania perché è una scrittrice che ha vissuto in Romania. E quindi qui la complicazione: la consideriamo una scrittrice di lingua romena oppure no, perché appunto non ha scritto in romeno.

PZ: Di cosa parla il suo ultimo romanzo?

DL: L'anno scorso è uscito il mio terzo romanzo che si chiama Come dimenticare una donna. Un libro che affronta una tematica del tutto diversa perchè ho scritto abbastanza del comunismo e ho sentito che questo un po' mi ha intossicato e quindi ho sentito il bisogno di evadere. La storia di due giovani giornalisti di provincia, due innamorati, in cui ad un certo punto lei scompare senza dare spiegazioni. E quindi il romanzo analizza il problema dei rapporti umani, della memoria, dei ricordi. Come possiamo dimenticare qualcosa, come possiamo non dimenticare qualcosa? Allo stesso tempo analizza il mondo dei giornalisti in Romania, un mondo complicato in Romania come in altri paesi. Questo personaggio che cerca di dimenticare la sua amata arriva ad un certo punto in una comunità neo-protestante e qui analizzo come funziona questa comunità neo-protestante all'interno della comunità. Qui nascono dei problemi delicati perchè in Romania il 90% della popolazione è di confessione ortodossa e solo una minima percentuale è di confessione neo-protestate e quindi nascono anche problemi di natura confessionale.
Ho cercato di evitare qualsiasi tipo di pregiudizio parlando di questa comunità e io stesso ho fatto una ricerca, ho analizzato in modo molto approfondito. Nonostante questo se ne è parlato in Romania, si è discusso di questo. Possiamo dire che questo romanzo affronta tre grandi argomenti: l'amore, il mondo dei giornalisti e la comunità neo-protestante.

Si ringrazia Dan Lungu per la disponibilità, Anita Bernacchia, interprete dalla lingua romena e Manni editore per la collaborazione.


Shilpa Agarwal a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

La stanza degli spiriti è stato scelto come libro del mese (luglio-agosto), scoprirete attraverso l'intervista a Shilpa Agarwal, la sua autrice, un'India decisamente diversa dalle copertine patinate e dalle pellicole cinematografiche, un'India più ancestrale, più legata all'anima, più vicina alla famiglia e alle origini di Shilpa Agarwal. L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

PZ: La protagonista del tuo libro è una bambina, Pinky, che intuisce la presenza di uno spirito nella stanza del bagno. Hai scelto proprio una bambina, perchè l'innocenza di quell'età non ha pregiudizi?

SA: Pinky nasce nel 1947, l'anno dell'Indipendenza dell'India dall'Inghilterra. Nel 1960, quando inizia la storia, Pinky e il paese hanno tredici anni, sono sul punto di entrare nell'età adulta, dove le possibilità li attendono. Nel scegliere questa età, volevo esplorare il sentiero che Pinky e il paese prendono in quel momento. Si tratta di un sentiero fatto di silenzio, esclusione e repressione o di voce, di inserimento e di verità?

PZ: Più Pinky si intestardisce nel conoscere la storia della bambina morta, più lo spirito acquisisce forza. Qual è il legame fra i due personaggi, c'è una sorta di complementarietà?

SA: Pinky e la bambina morta sono sorelle-cugine, quindi Pinky e il fantasma sono molto legati. Sbloccando la porta del bagno, Pinky in sostanza, permette agli scheletri della famiglia di uscire allo scoperto. In un primo momento è spaventata, ma invece di “vedere” il fantasma come gli altri, comincia a comprendere il suo dolore e le racconta le storie della loro famiglia. Sono queste storie, e l'amore implicito nel suo racconto, che catalizzano il fantasma, consentendogli di diventare più forte e più umano.

PZ: Quando lo spirito tenta di mostrare a Pinky ciò che avvenne tredici anni prima, nel secchio, e Pinky fugge prima di vederne la fine, ogni cosa precipita. Sembra che lo spirito a questo punto voglia far emergere ogni cosa a tutti i costi, è così?

SA: Un buddista disse che la paura è ciò che provi più ti avvicini alla verità. In quel momento nel bagno, quando la testa di Pinky è immersa in un secchio d'acqua, vede le immagini del giorno dell'annegamento ma è così spaventata da quello che vede, che se ne allontana. È in questo momento che l'amicizia si rompe e il fantasma non vede alternative al creare problemi nel bungalow.

PZ: E' corretto dire che il fantasma della bambina è la nostra coscienza, che prima o poi ci chiede di fare i conti con la realtà?

SA: Si, è la nostra coscienza, la parte interna di noi che cerca di raggiungere gli altri, che va al di là delle divisioni che ci separano nel mondo terreno. Ma più di questo, è la voce degli espropriati, coloro che sono stati in silenzio nelle loro famiglie, nelle loro comunità, o nel loro paese.

PZ: Quando finalmente lo spirito si mostra a tutti, pare che ogni maschera, che ciascuno indossa, crolli immediatamente. Ognuno riesce a vedere l'altro per quello che è realmente. Il passato è libero?

SA: Si, attraverso il caos portato nella famiglia dal fantasma e dallo spirito dell'ayah morta, la famiglia non può mantenere più a lungo la sua apparente normalità. I ricordi a lungo dimenticati riemergono, paure e dolore non possono più essere repressi. C'è una resa dei conti per tutti coloro che erano presenti all'annegamento della bambina. Ma poi, sì, c'è una sorta di pace. Pinky trova la forza, finalmente, per vedere la verità, e nel vederla, lei e il fantasma sono libere.

PZ: La storia di Lovely, a margine della storia della famiglia Mittal, è intensamente crudele. Chi è Lovely?

SA: Lovely è la classica ragazza della porta accanto, l'incarnazione della bellezza e della speranza. Combatte contro le tradizioni patriarcali che cercano di imporle la sottomissione, sotto il falso nome di proteggere lei e la sua virtù. Lei vuole di più nella sua vita che essere controllata da suo padre, e poi da suo fratello, e poi da un possibile marito che non ha scelto lei. Così fugge via, sfidando la sua famiglia e la società. Non ho scritto il suo capitolo finale perché ritengo che il suo atto di resistenza sia così significativo e vitale che non volevo contenerlo nei suoi possibili risultati. Quello che posso dire, tuttavia, è che lo fa sopravvivere.

PZ: La morte della bambina ha avuto un doppio sacrificio, la bambina stessa e l'ayah, che è stata colpevolizzata della sua morte e nonostante questo si continua a fare scempio della sua figura da viva, senza alcun rispetto. Che cosa rappresenta il personaggio dell'ayah?

SA: L'ayah è una donna povera, non istruita, figlia di una famiglia di pescatori. Rappresenta coloro che sono ancora completamente espropriati, è totalmente umana e vuole ciò che vogliamo tutti – avere un posto da poter chiamare casa, ed essere amati.

PZ: Quanto della tua parte indiana ti è servito per scrivere questo romanzo?

SA: Sento che la mia parte indiana mi ha aiutato a capire la psiche dei miei personaggi che sono immersi in antiche tradizioni e modi di vivere. Molte delle storie de La stanza degli spiriti, vengono dalla storia della mia famiglia. I miei genitori, i nonni, e i bisnonni erano rifugiati durante la Partizione dell'India. Hanno perduto tutto e subito violenze terribili prima di raggiungere la sicurezza. Ho visto l'impatto di questa perdita e il trauma per i miei nonni che non ne hanno mai parlato fino a quando ho iniziato a scrivere il mio libro, e allora ogni cosa è venuta fuori come un'inondazione. Ho voluto onorare le loro storie e le lotte nel mio libro, e le storie di gioventù dei miei genitori prima che emigrassero in America.

PZ: Che rapporto hai con l'India, in cui sei nata, ora che vivi a Los Angeles?

SA: L'india è il paese delle mie radici e origini, e la cultura è una parte importante di ciò che sono insieme alla parte americana. Scrivere il libro per me è stato un modo di trasmettere la mia cultura indiana e le storie della mia famiglia – anche se romanzate – ai miei figli.

Lizzie Doron a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi

Le giornate tranquille trascorse nel salone del parrucchiere Zaytshik a Tel Aviv, lasciano al tempo, lo spazio necessario, per far emergere, tra le parole, le tante parole, un'esperienza sola che accomuna tutti i personaggi, il dramma della deportazione nei lager avvenuta durante la persecuzione nazista. Lizzie Doron, scrittrice israeliana, con una scrittura pungente, ironica ed anche tagliente riesce a dissipare imbarazzo e vergogna, rendendo la parola trasparente. L'abbiamo incontrata al Salone del Libro di Torino e intervistata per i lettori di LibrInTerra. L'intervista è condotta da Paola Zoppi.
Giornate tranquille, Giuntina

PZ: Da cosa nasce l'idea di scrivere un romanzo, in cui l'esperienza della deportazione, emerge dallo scambio di chiacchiere in un salone di bellezza?

LD: Innanzitutto non è un'idea, ma è la realtà perchè quando ero piccola, spesso, passavo il tempo dal parrucchiere e mi mettevo a sedere con lo zaino, dopo la scuola. Ascoltavo tutte le storie e quindi ho pensato, da lì, di iniziare il romanzo. Di scrivere, però, il romanzo, di iniziare da lì l'ho deciso quando, mi è capitato di andare nel vecchio quartiere e ho incontrato una vecchia signora che aveva già letto altri suoi romanzi e mi ha detto: grazie per quello che scrivi, per ricordarti di noi, altrimenti nessuno ci ricorderà. Dopo qualche settimana questa signora è morta, quindi ho pensato che avrei dovuto scrivere ancora altri libri e ho pensato di scrivere questo che parte da un negozio di parrucchiere.

PZ: Il suo libro si intitola, Giornate tranquille. Sono giornate tranquille, quelle trascorse prima che emergesse il dramma della deportazione oppure dopo che si è riusciti finalmente a raccontare?

LD: Bella domanda. L'espressione deriva in realtà dallo yiddish perchè è un modo di dire, le persone avranno giornate tranquille quando moriranno, rispecchia un po' la speranza un po' paradossale, un po' sarcastica e cinica di dire che quando saranno morte avranno finalmente giornate tranquille rispetto a questa vita piena di ricordi.

PZ: Lei crede che il silenzio sia stata una lingua per chi è sopravvissuto alla Shoah?

LD: Prima di tutto vorrei fare una differenziazione semantica: in ebraico ci sono due parole per il silenzio. Una indica il silenzio, come assenza di rumore e questo mancava perchè c'era un sacco di rumore, e l'altra invece è il silenzio di non aver raccontato e quello invece c'era. Le persone, in realtà, nel quartiere, parlavano tantissimo, parlavano continuamente, ma era un parlare continuo per non avere un momento di requie, per parlare di altro non c'era un silenzio fisico, c'era un silenzio dei contenuti. Io racconto una mia storia ma non è solo una mia storia, è una storia che si proietta nelle storie di altre persone, tutte quelle che si riconoscono nella seconda generazione della Shoah.

PZ: Pensa che si potrà ancora scrivere della deportazione senza il supporto dei sopravvissuti, che lentamente, purtroppo, ci stanno lasciando?

LD: Non saprei perchè è una cosa molta dinamica, i processi e la memoria cambiano continuamente, non posso dire come sarà fra qualche anno. Può essere che prima o poi la Shoah venga dimenticata completamente, comunque quello che è sicuro è che c'è un trauma che riguarda l'umanità. Anche se non verrà ricordato nei fatti, se lo porterà avanti. Bisogna anche dire che ci sono due forze: una che vuole ricordare e una che vuole mandare via il ricordo e non prendersi questo sacco pesante da portare avanti. Non sappiamo quale, di queste due forze, in futuro prevarrà.


Esmahan Aykol a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Durante la nostra permanenza al Salone del Libro di Torino, come vi abbiamo accennato qualche giorno fa, abbiamo conosciuto Esmahan Aykol, l'autrice turca di Hotel Gosford, uscito per Sellerio, tradotto da Emanuela Cervini. E' una persona deliziosa, molto disponibile e con molto sense of humor. Ecco ciò che ci ha raccontato. L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

PZ: Hotel Bosforo è il primo romanzo della serie che vede come protagonista Kati Hirschel, puoi dirci qualcosa di lei?

EA: Kati è una tedesca, nata ad Istanbul, perchè il padre era un ebreo, docente di giurisprudenza, durante il nazismo tedesco scappò in Turchia e Kati nasce e cresce in Turchia fino all'età di 7 anni. Torna a Berlino, in cui il padre decide di lavorare in una università, cresce e quando finisce i suoi studi torna a Istanbul per una visita turistica e decide di restarvi.
Alla fine degli anni Novanta decide di aprire un negozio di libri, vende solo libri gialli e il negozio è collocato nella parte antica di Istanbul, dove c'è il Galata Tower. Nel primo libro Kati vive vicino al Galata Tower, nel quartiere degli intellettuali, dove molte persone importanti vivono.

PZ: Che tipo di persone sono, quelle che ha scelto di far incontrare a Kati Hirschel?
EA: Ho scelto gente ordinaria, che vive una vita normale, puoi incontrare queste persone e non sapere che possono avere due facce, una può essere buona, tu vedi la loro parte buona, ma dobbiamo tener conto che vi sono assassini, bugiardi, ecc...

PZ: Che cosa rappresentano, per te, Istanbul e Berlino?

EA: Istanbul. Penso che la rappresentino il rumore, la folla e gli ingorghi stradali. Io ora vivo a Istanbul, è una città di 12 milioni di abitanti, dove ogni cosa può succedere. Berlino è una città tranquilla, verde, tutte cose positive. Ho vissuto molto a Berlino e ho deciso di tornare a Istanbul, i tedeschi sono persone molto distanti, freddi, non solo con gli stranieri ma anche con i tedeschi stessi. Sono tornata a Istanbul, anche se non sono sicura che sia la città giusta per uno scrittore perchè non puoi scrivere o leggere tranquillamente, c'è sempre qualche amico che ti chiama e ti dice, “andiamo a una festa!”, è una città molto viva, molto bella.

PZ: Pensi che la Turchia debba seguire la strada dell'Unione Europea?

EA: Assolutamente sì. Non sono sicura, se la Turchia entrerà a far parte dell'Europa, ma penso che durante questo governo, questo governo islamico, siamo di giorno in giorno parte dell'Europa, ma la mia  speranza è di far parte dell'Europa e aderire all'Unione Europea. Penso che questa sia l'unica strada che la Turchia possa prendere per il futuro, ma non so se succederà.


Teresa Solana a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Abbiamo conosciuto Teresa Solana al Salone del Libro di Torino, durante il quale ha presentato il suo ultimo libro, Scorciatoia per il paradiso, edito da Sellerio, le abbiamo perciò posto alcune domande sul giallo che ha scritto, ma data la sua professione di traduttrice, professione che riteniamo preziosa, abbiamo voluto addentrarci un po' nel suo mondo. 

PZ: Scorciatoia per il paradiso è il tuo secondo libro, pubblicato da Sellerio, che vede moltissimi personaggi avvicendarsi, come sei riuscita a entrare nella pelle di ognuno?


TS: Questo è un libro sulla società letteraria e i due protagonisti sono i miei detective, sono due fratelli gemelli, e non si assomigliano per niente, uno dei due è di sinistra e l'altro è di destra, uno è compromesso politicamente ma l'altro è affascinato da questo mondo, dal glamour, ecc... in ogni caso hanno deciso di aprire un'agenzia per sbrigare le faccende poco limpide dei ricconi, in questo libro devono investigare sull'omicidio di uno scrittore molto famoso, ho cercato solo di riflettere nel mio romanzo l'ambiente letterario che possiamo trovare a Barcellona, ma anche in altre parti del mondo.

PZ: In che modo possiamo dire che Scorciatoia per il paradiso è un libro nel libro?

TS: Scorciatoia per il paradiso è una storia miserabile all'interno di altre storie, in qualche modo è una barzelletta su questo mondo letterario, sugli scrittori, le agenzie letterarie, ecc... Trovavo interessante parlare di questa differenza di opinioni circa gli scrittori, l'ambiente letterario, volevo parlarne secondo il mio punto di vista.

PZ: Come mai hai preso di mira l'ambiente degli scrittori?

TS: Penso perchè sono una scrittrice, prima di diventare scrittrice, ho iniziato come traduttrice e questo lavoro, scrivere, mi era molto familiare. Sentivo la necessità di parlare di cosa succede in questo mondo, con molto sense of humor, perchè molto spesso le discussioni tendono ad essere serie. Questo romanzo è  collegato, in qualche modo, ad altri romanzi che parlano di questo.

PZ: Quanto pensi siano importanti l'ironia e la satira?

TS: In questo libro e nel primo romanzo sono molto importanti, perchè l'ironia e il sense of humor sono un modo di prendere le distanze di vedere il mondo in diversi punti di vista, in quel caso la mezcla fra criminal fiction e sense of humor funzionano bene, per spiegare le cose di cui volevo parlare.

PZ: Nel tuo libro attribuisci un doppio lavoro al traduttore, che è anche ladro e viceversa. Cosa ti ha spinto ad affidargli questo ruolo?

TS: Volevo spiegare ai lettori la difficoltà per i traduttori di sopravvivere, il caso che racconto nel libro è un caso vero, un traduttore che vive in modo precario, non ha un lavoro, poco denaro. Ho cercato, attraverso questo personaggio, di spiegare ai lettori che il lavoro dei traduttori è molto importante, ma pagato molto male in Spagna, sì anche in Spagna, ma penso sia lo stesso in Italia, conosco molti traduttori italiani, sono miei amici, perciò conosco bene la situazione.

PZ: Oltre che scrittrice, sei un'importante traduttrice e collabori con la prestigiosa Casa del Traductor di Tarazona. Come hai iniziato il lavoro di traduttrice?

TZ: Quando ero più giovane lavoravo per una casa editrice, come lettore, in lingua originale, di romanzi o saggi provenienti da altri paesi, un giorno ebbero bisogno di qualcuno che traducesse dall'inglese un lavoro di Mortimer Wheeler sull'architettura antica di Roma, cercavano una persona che conoscesse la lingua ma che avesse anche una conoscenza di greco, latino, di lavori antichi, che è la mia specializzazione, ho deciso di tradurre questo libro e ho scoperto che la traduzione è un lavoro affascinante, così ho deciso di diventare una professionista.

PZ: Quanto sono distanti lo scrittore e il traduttore?

TS: È un lavoro diverso perchè quando traduci, ri-scrivi il testo ma non puoi cambiare le cose, puoi cambiare qualche parola, qualche frase per renderla leggibile, ma non puoi cambiare il senso, e quando scrivi il tuo libro, devi essere assolutamente libero di fare quello che vuoi, è una prospettiva diversa.

PZ: Credi nell'invisibilità del traduttore?

TS: Assolutamente no. Proprio no. Dico sempre ai miei traduttori, quando pensate che ci sia qualcosa che non funziona nella vostra lingua dovete cambiarla, mantenendo sempre il significato autentico. Ma non sono proprio d'accordo con questa idea che il traduttore debba essere invisibile.

Si ringrazia Teresa Solana per la disponibilità e Sellerio Editore per la collaborazione.

© Miriam Berkley
Maaza Mengiste a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Come avrete letto dalla recensione pubblicata qualche giorno fa, Lo sguardo del leone, è un imponente romanzo che si fa largo nella letteratura contemporanea, che non vorrei collocare in nessun luogo di provenienza, perchè quello che conta è la scrittura di Maaza Mengiste, che richiama la nostra quotidianità, le nostre paure, le nostre omissioni. La sua narrazione è frutto di una grande forza, la sua forza, che con la scrittura riesce a rivelare un'umanità in ombra. Ci ha rilasciato un'intervista intensa, che soppesa le parole come pochi sono capaci di fare. Lo sguardo del leone è il libro del mese di LibrInTerra: http://www.librinterra.com/p/il-libro-del-mese.html
PZ: Qual è lo spunto dalla realtà che ti ha spinto a scrivere questo romanzo?
MM: Stavo lavorando a due libri contemporaneamente. Un libro raccontava di un gruppo di musicisti che vivevano in una città senza nome degli Stati Uniti, e l'altro era questo libro. Ad un certo punto questo libro è diventato più forte. Ho sentito la storia in modo più personale. Mi interessavo ai personaggi e mi sono trovata a pensare a loro ogni giorno. Non ero sicura, tuttavia, di scrivere un romanzo. Come si può pensare ad una storia su qualcosa che può riempire un intero libro? Ma come ho iniziato a scrivere quello ricordavo della rivoluzione, la storia ha iniziato a crescere e a prendere la forma di un libro. Io volevo raccontare una storia che contasse per me, e questo è ciò che mi ha convinto.
PZ: La storia di questa famiglia è in realtà la storia del tuo paese. E' così?
MM: Non ho iniziato questo libro con l'idea di far percorrere parallelamente la storia della famiglia e ciò che accadeva in Etiopia. Volevo che la famiglia si sentisse una vera famiglia, con tutte le tensioni e I disappunti e I problemi di lealtà che esistono quando persone diverse sono collegate e devono convivere. Ciò che accade alla famiglia di Hailu è in realtà quello che accadde a molte famiglie in Etiopia. E in Etiopia, come nella famiglia di Hailu, tu devi decidere da che parte stare. Non è possibile restare neutrali. Con la famiglia di Hailu, penso che possiamo vedere le radicali convinzioni e azioni politiche, ma possiamo anche vedere l'amore che lega ognuno di essi. Alla fine, devono mettere da parte I propri coinvolgimenti politici per proteggersi l'un l'altro. Ma la vera natura di una rivoluzione sembra essere centrata su un programma politico dominante o distruggendo un altro, così in questo modo, la storia dell'Etiopia è modo diversa dalla storia della famiglia. 
PZ: Hailu è un uomo che non vuole fare i conti con i tempi atroci che sta vivendo  il suo paese. Cosa succede quando si troverà di fronte il corpo della ragazza torturata?
MM: Quando a Hailu viene ordinato, dal regime militare, di occuparsi di una vittima torturata affinchè possa tornare in prigione, è costretto ad affrontare due ideali molto diversi. Può eseguire gli ordini e proteggere la sua famiglia a discapito della propria dignità, o può rifiutarsi di eseguire gli ordini, mantenendo il rispetto per se stesso, e rischiando la sua e la vita dei propri famigliari. Non c'è una risposta giusta. Entrambe avranno delle conseguenze e qualsiasi scelta faccia lo cambierà. Attraverso Hailu, volevo capire capire come è stato che le brave persone potessero essere spinte a compiere atti orribili. Noi viviamo in un mondo che è in guerra. Io vivo in un paese che ha continuato a portare avanti la guerra in Iraq e Afghanistan. Abbiamo sentito di atrocità e ci chiediamo chi potrebbe fare quelle cose. Non immaginiamo si tratti di persone che conosciamo. Inoltre, non vogliamo pensare che le vittime potrebbero essere molto simili a noi.
PZ: Jonas è un uomo che resta nell'ombra e che affida le sue speranze alla stanza delle preghiere, con il rosario in mano. Quando conta credere nel tuo romanzo?
MM: Gli Etiopi sono stati tradizionalmente un popolo molto religioso. L'idea che ogni cosa accada è volontà di Dio è centrale nel paese. Con la preghiera e riporre la fede nella sua religione, Yonas stava facendo qualcosa di molto comune. Anche Dawit rifiutando di accettare la religione come una risposta alle cose che stavano accadendo nel paese, è parte di una nuova ondata in Etiopia. Come Dawit, c'era un numero crescente di intellettuali che voleva atti tangibili e voleva riporre I propri destini nelle proprie mani.
PZ: Qualcosa cambia Dawit quando inizia a recuperare i cadaveri abbandonati nelle strade. Cosa gli accade?
MM: Penso che Dawit cominci a capire la potenza incontenibile che sta cercando di combattere. È una forza più brutale di quanto potesse immaginare. Comincia a capire cosa Hailu stava cercando di dirgli sul  suo idealismo e ingenuità. Si trova faccia a faccia con la forza disumanizzante del regime, e comincia ad irrigidirsi dentro. Poco a poco, pensando alle vittime e pensando a suo padre, pensa che potrebbe diventare un killer e potrebbe vendicare queste ingiustizie con la violenza.
PZ: Mickey crede in una salvezza nella carriera di sanguinario? Cosa gli fa cambiare prospettiva dalle lettere disperate che scriveva a Dawit?
MM:  Penso che Mickey credesse di essere in grado di fare qualcosa di positivo all'interno del regime. Non si aspettava che il leader del Derg, il Maggiore Guddu, lo precedesse e che sarebbe stato individuato  per commettere atti terribili. Mentre scriveva le lettere a Dawit, penso che si vedesse come qualcuno che potesse fare qualcosa di buono per il suo paese. Sfortunatamente, si trovò di fronte un male maggiore e una personalità più forte della sua, ha dato e ha obbedito a molti ordini. Ma dobbiamo ricordare che c'è stato un atto, nel libro, che Mickey si è rifiutato di commettere (non voglio rivelarlo qui), e dobbiamo pensare che questo può essere stato il suo tentativo di salvezza.
PZ: Sei d'accordo nel dire che il vero protagonista di questo romanzo è il tuo paese, l'Etiopia?
MM: Questa è veramente una prospettiva interessante. Penso di essere d'accordo. Il paese e la rivoluzione sono centrali in questo romanzo.
PZ: Nel tuo libro la violenza non lascia spazio alle illusione che la finzione ammetterebbe, alleviando il dolore che la narrazione infligge al lettore. Che ruolo che esercitato il terrore dell'imprevedibile?
MM: Ho notato qualcosa mentre stavo scrivendo questo libro, che è la tendenza che abbiamo di allontanarci dalle notizie spiacevoli, a volgere il nostro sguardo lontano da cose che non vogliamo interrompano o disturbino la nostra vita quotidiana. Lo facciamo quando sentiamo di vittime della guerra, quando vediamo immagini di persone in posizioni o situazioni che non vogliamo prendere in considerazione che potrebbero succedere a noi. Ricordo che stavo scrivendo questo romanzo quando le foto di Abu Ghraib sono state rilasciate e non riesco a descrivere l'orrore che ho sentito vedendo quelle immagini. Ho riconosciuto la mia tendenza a girare la testa e mi sono accorta nel farlo, che stavo partecipando alla disumanizzazione di queste persone. Rifiutando di guardare il dolore delle persone, rifiutiamo di riconoscere la loro parte che prova dolore, la vera parte umana di noi. Vorrei che I lettori capissero che le persone che subiscono il dolore non sono meno umane perchè una tragedia sta accadendo a loro. Soffrono allo stesso modo come noi, quando muore una persona cara, hanno paura di morire, proprio come noi. Spero anche che, se ho scritto scene difficili abbastanza bene, il linguaggio tenga il lettore impegnato abbastanza per continuare a leggere.
PZ: La tua scrittura non lascia scampo, senza dubbio, i lettori rimangono inchiodati alla lettura. Qual è l'Etiopia che hai lasciato quando ti sei trasferita negli USA?
MM: Ho lasciato l'Etiopia durante I primi giorni della rivoluzione. Ci sono stati molti cambiamenti nel paese. L'imperatore era ai suoi ultimi giorni e entro un anno, sarebbe morto. È stato un periodo molto violento. Ma si deve ricordare che ero una bambina. I miei più forti, chiari ricordi dell'Etiopia sono della mia famiglia, dei miei nonni, e l'amore che avevamo per ciascuno. Ho lasciato l'Etiopia per andare negli USA e fu un cambiamento drammatico. Mi mancava l'Etiopia, mi mancava la mia famiglia. Il mio più bel ricordo è dell'Etiopia. Amo il mio paese e la mia gente. 
PZ: Hai recuperato dei ricordi di famiglia legati alla rivoluzione del 1974 per scrivere il romanzo?
MM:  Ho usato qualche mio ricordo quando ho scritto questo romanzo. Ero una bambina ma ricordo momenti precisi che ho incluso nel libro, ad esempio quando I soldati irrompono nella casa di Hailu o la vista dei soldati ovunque e le persone che venivano portate via. Non ho un contesto politico o storico per quei ricordi di bambina, e come ho continuato a scrivere il libro, ho studiato e parlato con persone che mi aiutassero a fornire una base di fatto per la storia e per I miei stessi ricordi.


Radhika Jha a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Un'India fatta sì di tradizioni, ma che racconta il suo oggi. Ospite del Salone del Libro di Torino, Radhika Jha è una delle voci sensazionali provenienti dall'India, un'unione di scrittura, danza, musica, narrazione. Il suo ultimo libro tradotto, Il dono della dea, uscito per Neri Pozza è strabiliante e si allontana dalla saga familiare, per addentrarsi nella storia personale dei suoi personaggi, rivelando significati nascosti. Ce li rivela in questa intervista, che ci ha gentilmente concesso.

PZ: Il suo ultimo libro, tradotto in italiano, edito da Neri Pozza, è Il dono della dea. Da cosa nasce l'idea di questo romanzo?
RJ: Quando ho iniziato a scrivere non ho mai pensato al romanzo intero. In realtà, non so mai come finirà. Questo romanzo nasce da una conversazione con un professore di sanscrito sul perchè le mucche sono considerate sacre in India. Mi disse che non ha proprio niente a che fare con la produzione di latte. Che qualcosa aveva a che fare con il movimento. Dal momento che mucca era il nome dato dal primo raggio di luce del sole, e che questo raggio era pura energia, e che entrò nella terra e svegliò la linfa nelle piante, consumata dagli uomini e dagli animali e alla fine ritorna al sole quando essi muoiono come parte del “prana” o anima; questo fu perchè, mi spiegò, “gau” cioè mucca in sanscrito fu inclusa nella radice del verbo “gam” che significa andare.
Questa conversazione mi ha scioccata. Perchè ho realizzato proprio come velocemente era cambiata l'India e come molto fosse già dimenticato, mi ha fatto venir voglia di tornare nei villaggi e provare a capire la grande trasformazione che era avvenuta. Poco prima che incontrassi il professore di sanscrito avevo fatto visita ad una ONG che si occupava di inseminazione delle mucche e sono rimasta impressionata dalla tecnologia e dal potenziale che aveva per la rimozione della povertà. I significati sono al centro di qualsiasi cultura, quando il significato cambia, le culture cambiano, ero molto curiosa di capire come questo potesse accadere. E ho sentito che la vera storia di questo cambiamento poteva essere compresa solo se si fosse seguita l'immaginazione.
PZ: Il personaggio di Laxmi è una combinazione inebriante di vulnerabilità e testardaggine. Chi è Laxmi?
RJ: Laxmi è una dei protagonisti del libro. Riassume la modernità. Una ragazza istruita al college proveniente dal villaggio, Laxmi è figlia di un agricoltore di medie imprese che cerca di usare I moderni metodi di coltivazione per ottenere di più dalla terra – e fallisce. Incapace di restituire I prestiti, si suicida. Perchè in un villaggio l'avidità è considerata uno dei più grandi peccati, come o peggio del rubare la moglie a qualcun altro, il villaggio fu contento che il padre di Laxmi  avesse fallito. Sporcata dal fallimento, Laxmi non può trovare marito, ma non se ne preoccupa, ha solo una cosa in mente, provare al mondo che suo padre aveva ragione. Per me, Laxmi è una persona molto complessa, una donna forte, una donna emancipata, ma è anche una persona con dei difetti, è arrogante e non è saggia. Per quanto sia intelligente, non ha attenzioni per suo marito, Ramu. Infine, anche Laxmi viene umiliata dall'antica sapienza del villaggio.
PZ: La morte del padre è un punto di svolta nella vita di Laxmi. Cosa accade?
RJ: Con la morte di suo padre Laxmi è obbligata ad accettare che ogni forma di sicurezza sociale possibile per una donna in una società tradizionale è il matrimonio. Ma perchè è figlia di un agricoltore suicida, nessuno potrà sposarla. Alla fine il sensale riesce a trovare Ramu, il capraio, l'uomo più povero in un villaggio così povero e così lontano dal mondo tanto che non vi è una strada che conduce al villaggio.
PZ: Perchè il tentativo di emancipazione di Laxmi è visto con orrore dagli altri?
RJ: Prima di tutto perchè il villaggio la vede come una minaccia profonda per l'ordine sociale, e perchè l'avidità è vista, come ho detto all'inizio, come il più grande peccato che un uomo possa commettere. Questo perchè in un villaggio voler di più è sottrarre qualcosa a qualcun altro. E che crea conflitti – una cosa che le piccole società chiuse non possono permettersi.
PZ: Ramu è forse lo spirito di adattamento, la semplicità?
RJ: Ramu è l'eroe non rivelato del libro. Anche se non ha nulla, è la felicità in persona. Pensa sempre agli altri, questo è il segreto della semplicità, il suo adattamento. Laxmi alla fine lo vedrà, e cambierà, crescerà il rispetto per suo marito e l'amore per lui, e alla fine, realizzerà che senza di lui è incompleta.
PZ: Manoj Mishra e Pratima sono l'altra versione di Ramu e Laxmi? In che modo?
RJ: Sono di fronte a uno specchio. Prima di tutto, il loro è un matrimonio d'amore di sorta, almeno da parte di Patrima. Ha scelto Manoj, vuole il suo amore. Ma non riesce proprio a capirlo. Il loro matrimonio è una delle aspettative non mantenute. È un triste e freddo matrimonio alla fine, dove gli ideali e gli stereotipi prendono il posto della comprensione. E nonostante tutti I suoi ideali rivoluzionari, Manoj è un vero marito conservatore, e sordo ai bisogni della moglie.
PZ: Che cosa rappresenta Il dono della dea?
RJ: Il dono della dea. Mi piace il titolo, perchè suggerisce il paradosso al centro del libro = lo sviluppo è un dono o una maledizione?
In inglese il libro ha avuto un altro titolo perchè il mio editore non voleva apporre gli dei nella foto, sentiva che sarebbe stato un problema per il libro. Quindi il titolo in inglese è “Laterns on their Horns” (Lanterne sulle loro corna) e si riferisce a quando le mucche vengono portate al macello, vengono prese nel cuore della notte e le lanterne sono appese alle corna delle mucche che fanno da guida. Questo è il modo per riconoscere la mandria che verrà uccisa.
PZ: Come vedi l'India di oggi, il suo sviluppo economico?
RJ: Come puoi vedere dalla storia, sono molto combattuta – vedendo sia il positivo che il negativo nel cambiamento radicale dell'India. Ma la linea di fondo è questa: sono molto spaventata dal dimenticarci chi siamo e diventare delle ombre di copie “globali” di uomini e donne. Poco interessante. E abbastanza confuso. Questo è già in corso nelle città. Se non viene fermato o almeno rallentato, allora non riusciremo mai a trovare una via per il futuro. Invece finiremo per vivere In una sorta di realtà virtuale indiana.
PZ: Quale sarà il futuro del tuo paese? Quale aiuto darà la cultura al suo progresso?
RJ: Non lo so. Non ho una bella risposta a questo. Le cose cambieranno, alcune in meglio, alcune in peggio. Tutto quello che posso dire è che questi sono tempi interessanti.


Anita Nair a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Durante la nostra permanenza al Salone del Libro di Torino abbiamo avuto modo di conoscere e intervistare grandissimi autori.
Non nascondiamo una passione per la letteratura indiana e per questo abbiamo incontrato una sua voce imponente: Anita Nair. Da pochi giorni è disponibile nelle librerie L'arte di dimenticare, edito da Guanda.

P.Z.: Il suo ultimo libro, L'arte di dimenticare, ha, fra i protagonisti, Jak che è uno studioso di cicloni e ogni parte del suo romanzo inizia con un paragrafo tratto da La metafisica dei cicloni di Khrisnamutry. Come mai questa scelta?

A.N.: Quando Jak è bambino e si rende conto che la sua famiglia si sfascia, il padre se ne va, che quello che lui riteneva stabile e prevedibile in realtà non lo è, da quel momento si dedicherà allo studio di quello che, per antonomasia, è imprevedibile, quindi i cicloni, per questo motivo decide di dedicare la sua vita allo studio dei cicloni.

P.Z.: Il procedere del ciclone corrisponde anche ad una evoluzione dei sentimenti. E' così?

A.N.: Sì è questo il motivo per cui ho scelto questa metafora, così come il ciclone cresce, si evolve, nello stesso modo i sentimenti e le emozioni crescono e si evolvono, la storia si svolge su due piani paralleli, perchè è proprio questo tipo di metafora della vita e delle emozioni che volevo dimostrare.

P.Z.: Mira è una donna che crede di aver messo un punto nella sua vita quando tutto cambia. Cosa succede a questa donna quando si rende conto dello stravolgimento a cui va incontro?

A.N.: Naturalmente quando questo accade lei si rende conto che questa vita che lei credeva così stabile si  disintegra, accade esattamente semplicemente quello che accade nei cicloni cioè c'è una distruzione totale. Però è anche vero che quando un ciclone devasta un territorio, un po' alla volta la gente torna a costruire, torna a vivere su quel territorio ed è quello che fa Mira, quello di ricominciare la sua vita. Certamente, però, quando all'inizio si rende conto di questa illusoria stabilità lei ne è veramente devastata.

P.Z.: Nei suoi romanzi il punto di vista, possiamo dire, è principalmente femminile. Cosa la spinge a scrivere da questo punto di vista?

A.N.: Non è proprio così perchè di fatto accade che i personaggi femminili che io descrivo sono effettivamente personaggi con un carattere molto forte ma ciò non significa che siano le protagoniste, perchè ci sono anche dei personaggi maschili che hanno un carattere molto forte. Accade semplicemente che per il tipo di storia che scelgo può sembrare che io scriva soltanto di personaggi femminili però di fatto ci sono delle situazioni che si sviluppano e si presentano e io le seguo naturalmente.
P.Z:: In uno stato così variegato come l'India, come pensa sia possibile coniugare la tradizione e l'avanzamento sociale?

A.N.: La storia indiana ha una caratteristica è quella che ha sempre accolto molte civiltà dagli antichi greci agli antichi romani ai persiani agli arabi e li ha sempre accettati, ha accettato questi rapporti, e in qualche modo li ha incorporati diventando una cultura ricchissima e quindi tollerante. Quello che invece oggi sta succedendo è che ci stiamo dimenticando di questa apertura di questa capacità di accoglienza e trasformazione. Ecco questo è quello che l'India non dovrebbe dimenticare.

Si ringrazia Anita Nair per la disponibilità, Francesca Diano per la traduzione, durante l'incontro e Laura Passerella della casa editrice Guanda per la preziosa collaborazione.

Uzma Aslam Khan a LibrInTerra - L'intervista è condotta da Paola Zoppi.

Come vi avevamo promesso, abbiamo intervistato Uzma Aslam Khan, l'autrice di Mehwish parla al sole, uscito ora per Neri Pozza. La scrittrice è stata molto disponibile e le sue risposte sono cariche di riflessioni. Vi consigliamo nuovamente di leggere il suo ultimo romanzo Mehwish parla al sole. (Intervista a cura di Paola Zoppi)

D: Il tuo romanzo, Mehwish parla al sole, è un romanzo a quattro voci. E scrivere a più voci è la particolarità dei tuoi romanzi, anche in quello precedentemente tradotto in italiano, Trasgressione, edito da Neri Pozza, una moltitudine di voci che si sovrappongono e pare che la politica e i sentimenti siano soggetti imprescindibili dai tuoi romanzi. Cosa ti induce a scrivere?

R: Alcuni scrittori, quando si apprestano a scrivere, si chiedono “Cosa  succede?”, ma per me, la domanda che guida il racconto, è più simile a “Chi sta guardando cosa succede? Chi non c'è, e quali sono i loro punti di vista? Sono spinta in parte dal mistero di come la prospettiva individuale forma la prospettiva collettiva, come gli stessi eventi visti da occhi differenti sono interpretati diversamente, a volte anche, eccezionalmente, dagli stessi occhi, perchè il ricordo rappresenta un modo di dare nuova forma agli eventi. È in questo rimodellare che la geometria, del mio recente romanzo, è emersa. Scrivere per me è quasi un atto tridimensionale, fisico. Devo essere in grado di muovermi intorno alla struttura, costruendo la strada in cui prevedo di muovermi intorno alla scultura o a un edificio: da differenti angoli. E devo essere in grado di percepirlo da voci differenti. Questo vale per ogni libro che ho scritto, incluso Mehwish parla al sole, e il precedente Trasgressione. La differenza è che in Mehwish parla al sole, ciascuna voce è in prima persona, quindi il libro è più profondo, più interiore. Ed è anche il mio libro più divertente.

Per ciò che concerne la capacità di ricostruire il quotidiano, questo è ciò che differenzia uno scrittore di fiction da un giornalista. Scrivere è un atto di fede: devi entrare in un'altra pelle, fare il grande salto, rendere il loro mondo il tuo.

D: Nana è un uomo del passato, la coerenza, ciò che ama e crede lo persegue fino in fondo, a rischio di compromettere la sua stessa vita. Che cosa hai voluto rappresentare con il personaggio di Nana?

R: Verso la fine del libro, Noman stesso risponderà a questa domanda. Perciò preferisco non svelare nulla!

D: La storia di Noman è un'escalation, un crescendo di sentimenti. Quando pare che non abbia un'identità precisa, ecco svelarsi il vero Noman, capace di slanci generosi e di provare emozioni profonde. Noman scopre l'amore, anche quando la situazione è compromessa. Come riesce Noman a comprendere i suoi errori? Chi rappresenta Noman?

R: Noman deve scoprire l'amore. Tante persone nella sua situazione, non possono o non vogliono permetterlo a se stessi, ma Noman è, spero, un personaggio avvincente, perchè è così pieno di contraddizioni. In tanti modi, incarna il conflitto interiore nel quale, molti uomini e donne della generazione del Generale Zia, si sono trovati combattendo con il quotidiano. Allo stesso modo egli lo ammette: “Io mi batto per entrambe le parti”. In pubblico è una cosa, in privato un'altra. Durante il dominio del Generale Zia, il confine tra privato e pubblico fu scalfito con un duro, rabbioso pugno, come in ogni cosa: fra uomini e donne, tra fede e ragione, fra venerazione e blasfemia, fra ovest ed est. L'eredità di Zia è un mondo diviso in due. L'amore aiuta, alquanto, Noman a colmare questa lacuna. Ma ha dovuto imparare questo dopo molti errori e uno di questi sarà terribilmente fatale per gli altri.

D: Amal è la vera ribelle. Il suo nome vuol dire pratica, concretezza. E sembra che del suo nome abbia fatto uno scopo di vita. Una bambina prima, una donna poi che cerca di difendere i propri spazi, le proprie scoperte, i propri sentimenti. Una donna capace di amare senza remore, di realizzare i propri sogni, fatta di nostalgie e di curiosità. Cosa ti ha ispirato il suo personaggio?

R: Amal è stato il primo personaggio che mi è venuto incontro, e non so da dove venisse. Ho sentito la sua voce nella mia testa, una mattina di ritorno a Lahore  da una vacanza in Malesia. Ricordo quella mattina chiaramente. Io non sono mattiniera, ma ero sveglia per via del jet-lag e forse fu a causa del jet-lag: appena prima dell'alba, fui risvegliata dalla sua voce. Era uno di quei momenti miracolosi, quando sai, in cuor tuo, che si sta per risolvere un puzzle importante. Mi sono trascinata fuori dal letto e velocemente ho trascritto la frase di Amal, quindi prontamente sono tornata a dormire. Successivamente, ho scritto Amal abbastanza facilmente e Mehwish e Noman si sono susseguiti velocemente, parlando chiaramente nel libro. Ironia della sorte, la prima frase di Amal, nel libro, non è molto lunga, ma mi ha dato l'intonazione di cui avevo bisogno, quella che descrivi così bene.

D: In questo romanzo hai restituito un importante valore alla parola e al tempo. Mehwish è cieca, ma vede le cose come nessuno sa fare. Attraverso il linguaggio scarno di Mehwish hai costruito analogie, suoni, differenze, intensità, mescolanze, hai costruito una porta in cui la parola viene limitata, in cui la parola restituisce la libertà. Che valore ha per te la parola? E chi è Mehwish?

R: La storia di Mehwish è la sua particolare storia di scoperta e di cambiamento, di linguaggio, di poesia. Amal le dice che la lingua è come una balena, proviene da qualcosa altro. È mutevole. È la capacità di Mehwish di adattarsi che le permette di diventare, in molti modi, lo spirito di questo libro – senza il suo gusto per le parole, per i giochi di parole, per l'astuzia, il libro avrebbe perso molto del suo sapore. Mehwish è giovane, cieca, è una donna in un mondo dove chi è al potere sta cercando di controllare il pensiero, il linguaggio. Lei è spaventosamente vulnerabile, tuttavia non possono controllarla. Non è questa la libertà? Il potere di resistere con puro coraggio creativo? Il suo linguaggio è a volte in distico, è talvolta nei disegni, a volte nella tavola periodica delle puzze e dei suoni. Mi sono divertita molto con il suo particolare vocabolario, sono state alcune delle scene più gratificanti che abbia mai scritto. Anche se ho sempre pensato che ho compreso il vero significato dell'espressione, "il linguaggio è potere", quando ho scritto Mehwish, è solo allora che ho veramente capito.

D: Nel tuo romanzo la scienza si contrappone inevitabilmente con le scelte restrittive dei politici, che impongono una maggiore osservanza delle leggi religiose. Nana ne paga le conseguenze e attraverso personaggi minori, come quello di Sehr o quello di Ama riesci a far emergere le limitazioni della libertà delle donne. Cosa succede in quei giorni? Hai dei ricordi personali di quel periodo?

R: Ho molti ricordi. Ricordo il silenzio. A scuola, nessuno parlava dei dollari americani versati nelle tasche del Generale Zia, per finanziare la guerra santa contro il vicino Afghanistan, nulla sulla pace di Karachi improvvisamente lacerata dai colpi e dalle violenze, nuove leggi e nuovi codici di condotta. La mia fu una generazione segnata da tutto questo. Noi eravamo il progresso. Coloro che vivono all'interno del proprio crollo, vorrebbero fuggire e non comprenderlo.

Quello che ricordo più chiaramente di quel periodo è il silenzio, e il desiderio di fuga sia dal tempo che dal silenzio del tempo. Ho letto tanto, ho custodito un diario privato, ho anche dipinto molto. Non mi piaceva particolarmente andare a scuola ma ho svolto “meccanicamente” i miei doveri, mi sono vestita bene, ho studiato, ho incontrato i parenti, ecc... Ma ho anche cercato il modo di ribellarmi. Credo che, come il paese, ho sviluppato una “doppia personalità”. Dall'esterno lo stato era terribilmente caritatevole e ospitale con l'Ovest. Ma all'interno, era in subbuglio: il crimine e la droga, per le strade, convivevano con l'alto consumo di droga e di alcol nelle case. Ricordo una sera, era l'ultimo dell'anno, con gli amici guidavamo per le strade completamente deserte e fummo atterriti dalla polizia che ci tirò fuori dall'auto e ci perquisì - accadeva spesso che ragazzi e ragazze che si trovavano insieme in auto, venissero fermati e venisse chiesto loro il certificato di matrimonio – ma in un modo o nell'altro lo facevano di sicuro di casa in casa in cui ogni seminterrato era come la scena di un film horror: affollato, squallido, e profondamente infelice.

Mi ricordo anche di aver avuto molti amici. Questo è ciò che provoca l'oppressione. Rafforza le persone a porsi contro gli altri, e allo stesso modo a porsi verso gli altri. Ho ascoltato molta musica, letto di filosofia e poesia, sia dell'est sia dell'ovest. Ricordo che mio padre recitava spesso Faiz Ahmed, la poesia rivoluzionaria di Faiz “Hum dekhain ge” (Vedremo il giorno). Sono cresciuta credendo in giorni migliori da vivere. La capacità di recupero dello spirito umano: ho visto come può esistere. Ricordo mia sorella, la più grande, che mi diede una copia del libro di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sè, era come se mi avesse offerto un credo proibito. Una donna si è concessa un suo spazio ininterrotto, protetto e nutrito con i suoi soldi? No, nessuno me lo aveva detto. Ho fatto mia anche questa idea. Oltretutto, non mi bastava vivere passivamente nel crollo del paese, o volerne fuggire: io volevo capire e dargli una nuova forma.

Intervista ad AHARON APPELFELD
a cura di Paola Zoppi
Lo scorso fine settimana siamo stati al Festival della Mente, a Sarzana, per incontrare lo scrittore Aharon Appelfeld, che ci ha concesso una intervista.
D: Paesaggio con bambina è un libro sconvolgente, scritto con la semplicità dello sguardo di una bambina che attraversa una delle fasi più tragiche della storia del Novecento, la persecuzione nazista nei confronti degli ebrei e non solo. Tsili, la bambina protagonista, sfugge alla prigionia e vaga nei boschi, affrontando giorno dopo giorno ciò che la durezza della vita le presenta. Quanto c'è di autobiografico in questo testo?
R: Tutto ciò che io ho scritto è in qualche maniera autobiografico, non ho scritto esattamente nei dettagli tutto ciò che è capitato a me e peraltro io non sono una bambina però, le sensazioni, le esperienze, tutto ciò che succede a Tsili in questo libro, in qualche maniera ha a che fare con la mia vita anche e direi, quindi, che Tsili, il mio personaggio, la bambina, aggiunge o dà una prospettiva nuova, femminile, alla mia vita.
D: La bambina protagonista del suo romanzo è una femmina e in quanto tale ha meno difficoltà a mascherare la sua origine ebraica, a differenza di Marek, ma aver fatto in modo che la bambina si presenti continuamente come "figlia di Maria" ha significato rivestire questo personaggio di un significato particolare? Attribuirle un segno distintivo?
R: No. Maria è semplicemente una prostituta e la gente in giro pensa che questa bambina, che Tsili, abbia un rapporto di parentela con lei e in qualche maniera, involontariamente e inopinatamente, affibiarle questo nome, “figlia di Maria”, contribuisce a salvarla in modo del tutto  inconsapevole.
D: Lei fa riferimento, continuamete, alla sua esperienza durante la persecuzione nazista nella Seconda guerra mondiale, nelle sue opere, specialmente nella sua autobiografia Storia di una vita. Spesso il ritorno alla vita per i sopravvissuti è stato segnato dal silenzio. Questo è successo anche lei? Come è riuscito a raccontare per la prima volta la sua esperienza di vita?
R: Sa, per il sopravvissuto naturalmente il silenzio è l'unica scelta perchè, dopo aver passato una vita incredibile, che cosa puoi dire? Che cosa puoi dire? Puoi ripetere tutte le volte che gli esseri umani sono bestie? Ecco che, per il sopravvissuto, il silenzio è una lingua, la sua vera lingua, ma il silenzio è una lingua importante. Con questo voglio dire che il non detto molto spesso, anzi sempre, è più significativo di ciò che viene detto.
D: Lei ha parlato delle deportazione dei bambini. Spesso gli storici distinguono la deportazione femminile dalla deportazione maschile. Lei crede in una differenza di genere?
R: E' vero in questo senso, che io non ne faccio una questione di chi sono i deportati ma, una questione della sofferenza, naturalmente ogni essere umano soffre in una maniera diversa, quindi un uomo soffrirà in modo diverso da una donna e una donna da un bambino, in questo senso ha senso fare una distinzione.
Si ringrazia per la gentile traduzione Marina Astrologo, interprete di Aharon Appelfeld al Festival della Mente di Sarzana.

Intervista a CLAUDIA TAROLO
a cura di Paola Zoppi
LibrInTerra è lieta di pubblicare, sul proprio blog, una esclusiva intervista rilasciata, per noi, da uno degli editori di  Marcos y Marcos, Claudia Tarolo. La nostra rassegna ha cercato di presentare, nel suo piccolo, un frammento del mondo editoriale italiano, con le sue diverse sfaccettature e le più differenti pubblicazioni. Marcos y Marcos si distingue per essere una realtà indipendente. Nelle parole di Claudia Tarolo possiamo cogliere il fascino, ma anche le difficoltà e l'impegno che si nascondo dietro la figura dell'editore, ma non solo. Claudia Tarolo è una delle più note traduttrici italiane, traduttrice di grandi voci della letteratura contemporanea, nelle sue risposte ci svela alcuni particolari.
D: Come inizia la sua avventura in Marcos y Marcos?
R: È un’avventura che parte da lontano, dalle chiacchiere di due giovanissimi amici per sentieri di montagna; poi le strade si dividono, io scelgo la via più seriosa del diritto pur continuando a leggere e tradurre, mentre Marco Zapparoli fonda la casa editrice insieme a un altro Marco che ben presto se ne va. Tanti anni dopo le strade si incrociano nuovamente per unirsi nella vita e nel lavoro: da dieci anni Marcos y Marcos ha due anime.
D: La sua casa editrice è una realtà editoriale indipendente, brillante e piuttosto variegata, in che modo valutate e approvate i testi destinati alla pubblicazione?
R: I testi che pubblichiamo sono frutto di ricerche lunghe e complesse, spesso di rapporti coltivati negli anni. Leggiamo personalmente tutto quello che ci sembra interessante e non ci accontentiamo mai: pubblichiamo solo quello che ci piace davvero, che ha un’idea, una voce. È una scelta per molti versi istintiva, da lettori onnivori e voraci, ma sempre convinta.
D: Avete tradotto e pubblicato Jhumpa Lahiri, straordinaria scrittrice divisa fra Stati Uniti e India, che ha all'attivo best-sellers internazionali, come ha scovato questo talento? Come ha affrontato la traduzione de “L'Omonimo”, dal quale Mira Nair ha tratto il film “Il destino del nome”?
R: Jhumpa Lahiri è un bellissimo esempio di come la grande editoria spesso manchi di coraggio e spetti a noi indipendenti fare il salto nel vuoto. Quando noi l’abbiamo scelta, Jhumpa Lahiri era una giovane esordiente che aveva scritto una raccolta di racconti, L’interprete dei malanni; non vantava glorie o riconoscimenti internazionali. Ci è stata segnalata da un amico editore olandese e noi ci siamo innamorati della sua scrittura cristallina, della sua minuziosità chirurgica nell’analisi  delle relazioni umane. Poi ha vinto il Premio Pulitzer, e i grandi editori si sono accorti di lei... ma a quel punto era più ovvio, più facile. Tradurre Jhumpa Lahiri è una bella sfida, perché la sua scrittura è calibratissima. Ha ritmo, dolcezza e misura. A me la sua precisione risulta particolarmente congeniale, la lingua entra ed esce senza intoppi, o almeno così mi sembra; di certo è un piacere profondo della mente.
D: I vostri testi sono indubbiamente contraddistinti da vivaci e colorate copertine, nettamente riconoscibili sugli scaffali delle librerie, la carta è certamente fra le più pregiate, come viene studiata la scelta destinata ad ogni singolo testo?
R: La carta deve essere piacevole al tatto, bella da vedere, piacevole alla lettura; da questo non si prescinde. Quando le cartiere Pigna, da cui ci approvvigionavamo, hanno chiuso la produzione, abbiamo cercato a lungo prima di trovare una nuova carta che ci soddisfacesse. Ogni copertina ha una storia a sé ed è sempre un’invenzione a tre. Io e Marco discutiamo all’infinito sull’idea da tradurre in immagine, Lorenzo Lanzi dà la sua interpretazione. A volte siamo tutti convinti al primo colpo, altre cambiamo due o tre volte idea fino a trovare la soluzione che ci piace. Del resto la copertina è importantissima, il primo richiamo per il lettore.
D: Lei è certamente una delle più notevoli traduttrici italiane,  LibrInTerra ha voluto dar luce anche a questa professione, così in penombra nel nostro paese, questo perché nel dialogo interculturale, chi meglio del traduttore, traduce una cultura. Condivide questo pensiero? Lei come si prepara nell'affrontare la traduzione di un libro? Quanto conta lo studio, quanto è talento naturale?
R: Il traduttore si assume una responsabilità enorme, perché in realtà trasforma il testo originario in qualcosa di nuovo, che riparte da zero, creando un nuovo tessuto da offrire al lettore ignaro. Certo, è una  trasposizione culturale, frutto di un viaggio lungo e faticoso fatto a piedi, qualche volta carponi… Per tradurre un testo, secondo me, bisogna possederlo, appropriarsene in senso quasi fisico, che lo si ami o meno. Personalmente ho bisogno di leggerlo e rileggerlo e poi partire. Quanto alla formazione, io ho avuto la fortuna di frequentare la miglior scuola di traduzione che esista in Italia e probabilmente nel mondo: cinque anni di liceo classico, ogni giorno a tradurre letteratura da due lingue diverse e meravigliose. È stata la mia palestra e la scoperta di una passione.
D: Marcos y Marcos organizza anche corsi di editoria di notevole qualità, lei consiglierebbe la professione di editore? Quale suggerimento vorrebbe dare a chi vuole avvicinarsi al mondo editoriale?
R: La professione di editore presuppone caratteristiche strane unite insieme: passione animale per i libri in senso materiale e immateriale, propensione fatale al gioco d’azzardo, anima recondita da mercante. Chi ha queste caratteristiche può fare l’editore e divertirsi, chi non le ha meglio che lasci stare. Naturalmente il mondo dell’editoria è vasto, e ciascuno può trovare il suo territorio più congeniale: molto diverso il ruolo dell’ufficio stampa, estroverso e chiacchierone, da quello del redattore, pignolo e silenzioso. Corsi come il nostro offrono la possibilità di decifrare i molti risvolti del mestiere, e sono utilissimi per capire se abbracciarlo, tenersene alla larga o scegliersi un proprio orticello più o meno appartato.
D: Qual è la realtà editoriale italiana, in questo periodo storico così difficile, in un settore, quello culturale, dove gli investimenti paiono essere sempre più radi?
R: Anche l’editoria funziona come ogni altro settore privato nel nostro paese: chi ha spirito di sacrificio e intraprendenza ce la può fare nonostante tutto. I lettori sono pochi ma forti e agguerriti, il desiderio di qualità è diffuso più di quanto non si pensi. Certo, uno stato più collaborativo non farebbe male...
D: Qual è il suo sogno nel cassetto, per il suo futuro editoriale?
R: Sogno che gli autori italiani bravissimi che abbiamo scovato, amato, protetto e portato nel mondo ottengano il riconoscimento che si meritano anche con una casa editrice come la nostra, indipendente e avventurosa ma senza ricchezze e senza potere.

Intervista a FARIAN SABAHI
a cura di Paola Zoppi
Pubblichiamo l'intervista a Farian Sabahi, italo-iraniana, docente presso l'Università La Sapienza di Roma e l'Università degli Studi di Torino, giornalista professionista, da alcuni mesi scrive per il Corriere della Sera. E' stata ospite di LibrInTerra lo scorso 26 marzo, presentando i suoi due libri "Storia dell'Iran" e "Un'estate a Teheran", nonchè proiettando i due reportage  "Out of Place" e "Che ne facciamo di Teheran?". Proprio in questi giorni, l'Iran è nuovamente sotto i riflettori e lo è soprattutto il suo difficile rapporto con Israele, perciò questa intervista assume maggior interesse e un carattere ancor più attuale.
D: In questi mesi l'Iran è duramente criticato e continuamente commentato da parte dei media, specialmente per ciò che riguarda il nucleare, il difficile rapporto con gli Stati Uniti. L'Iran ha bisogno di produrre l'energia tramite il nucleare oppure è giustificato il timore che questo si realizzi?

R: Il problema maggiore è legato alla mancanza di fiducia da parte della comunità internazionale nei confronti dell'Iran. Detto questo, l'Iran ha un fabbisogno di energia elettrica pari a 40mila Megawatt a avrebbe quindi bisogno di quaranta centrali nucleari come quella di Bushehr.

D: Quanto il messaggio video di Obama può creare un nuovo canale di dialogo con l'Iran soprattutto in vista delle nuove elezioni politiche che avverranno il 12 giugno? Che cosa ne sarà, politicamente, dell'Iran?
R: Difficile fare previsioni in vista delle elezioni presidenziali del 12 giugno, anche perchè negli ultimi anni le previsioni degli analisti sono state regolarmente smentite. Non metterei però il video di Obama in  collegamento diretto con le elezioni perchè la politica estera è, al pari del programma nucleare, prerogativa esclusiva del leader supremo Ali Khamenei e non del presidente della repubblica islamica.
D: Il difficile rapporto fra Iran e Israele è trattato nel suo reportage “Che ne facciamo di Teheran?”, ma la presenza ebraica in Medio Oriente si trova in percentuale piu' alta proprio in Iran, qual è il reale rapporto fra gli iraniani e la minoranza ebraica?
R: Gli ebrei residenti in Iran erano 80mila al momento della creazione dello Stato di Israele nel 1948 e ora sono stimati in 25mila. Hanno un loro deputato in parlamento e sono una minoranza riconosciuta con le loro scuole, i loro ospedali e case per anziani. Si tratta di famiglie che da generazioni – potremmo azzardare da millenni – sono stanziate in Iran. Gli ebrei iraniani sono considerati in primis iraniani e, in seconda battuta, di fede ebraica. E come iraniani godono dei diritti civili, politici e religiosi e hanno dunque le loro sinagoghe e i loro cimiteri.
D: In “Out of place” lei racconta la storia di una donna iraniana ebrea che vive in Israele dal 1987 e che vorrebbe tornare nel suo paese. Quali sono, viceversa, i rapporti fra gli israeliani e la minoranza iraniana presente in territorio?
R: Secondo uno studio del Centro di Studi iranici di Tel Aviv gli ebrei iraniani residenti in Israele sarebbero 250mila. Alcuni ricoprono ruoli di prestigio, anche in politica e nelle forze armate, mentre altri sono semplici mercanti. Tra questi c'è Rachel, la protagonista del mio cortometraggio OUT OF PLACE in cui ho deliberatamente lasciato la politica internazionale sullo sfondo per mettere in primo piano la questione della maternità. E credo che dal video traspaia chiaramente come l'Iran sia, per Rachel, metafora della gioventu' ormai appassita. In ogni caso sul mio sito www.fariansabahi.com trovate, nella sezione GIORNALISMO, il mio articolo ESSERE O NON ESSERE IRANIANI pubblicato sul mensile VENTIQUATTRO del Sole24Ore.
D: Lei ha scritto che il colore dell'Iran è il nero, il nero dei chador delle donne. Le donne iraniane sono presenti nei loro differenti ruoli, nella società iraniana, ma dopo le elezioni politiche del 2005 che cosa è cambiato nei confronti della parte femminile della società? Vi è stato un inasprimento, in termini di libertà personale, verso questa parte della popolazione?
R: Dopo le elezioni del 2005 è stata messa in atto una campagna contro le bad-hejabi, ovvero contro le cosiddette "mal velate". Ma al tempo stesso è stata lanciata la campagna un milione di firme volte a far abrogare quelle norme che, all'interno del sistema giuridico della repubblica islamica, penalizzano le donne.