Recensioni





KITCHEN CHINESE di ANN MAH
Mi sto appassionando alla casa editrice 66thand2nd, e alla sua collana Bazar, di recente ho letto Kitchen Chinese, di Ann Mah, scrittrice di origini cinesi, nata e cresciuta negli Stati Uniti, e tradotto da Caterina Barboni. A Isabelle, la protagonista, immancabilmente non ne va bene una, perde il lavoro, proprio quando si aspettava una promozione, solo per fare da capro espiatorio, alle colpe commesse da una giornalista eticamente poco professionale. Decide così di trasferirsi a Pechino, dove già vive sua sorella, e vedere che piega prende il corso delle cose. Così Isabelle si troverà alle prese con un lavoro in una rivista, che all'inizio non la entusiasma, ma che le farà scoprire lati della sua personalità che non conosceva; e poi l'amore. Ecco, a Pechino troverà quell'amore che credeva di aver trovato con Richard. Due uomini a contendersela, una rockstar cinese e un ambasciatore, forse per questo Isabelle è stata paragonata ad una novella Bridget Jones in versione orientale. Quando le viene affidato il ruolo di critico gastronomico all'interno della rivista, Isabelle scopre la sua passione per la cucina, e per cibi e pietanze che si intersecano con il passato della sua famiglia, con la quale, diciamolo, non sono mai state rose e fiori. Ann Mah usa lo humor per dissipare la tristezza, carambole, equivoci e passi falsi caratterizzano la protagonista, una penna pungente, che è in grado di far ridere il lettore, attraverso la tragicommedia finemente scolpita sul personaggio. Poi c'è la crisi di identità che Isabelle attraversa, il suo essere americana si scontra con il nuovo vivere cinese, come una banana: gialla fuori e bianca dentro; Isabelle sente di dover dare un punto di svolta alla propria esistenza, ma crede di non avere gli strumenti per farlo, in una sorta di standby costante, lascia che gli eventi la travolgano, ma inconsciamente, comincia a dissipare un po' di quella confusione che l'avvolgeva. Proprio quella famiglia, dalla quale si è sempre sentita distante, le darà la carta giusta da giocare per scommettere sul suo futuro.
(Paola Zoppi)


OGNI MATTINA A JENIN di Susan Abulhawa - Recensione a cura di Paola Zoppi

Ogni mattina a Jenin è una storia lunga sessant'anni in cui Susan Abulhawa, srotola la vita di Amal in tutti i suoi frangenti. Prima ancora della sua nascita, la sua famiglia tesse la trama in cui si dipanerà il suo dramma, sullo sfondo il conflitto israelo-palestinese, all'indomani della creazione dello stato di Israele.
Dalla nascita di questo stato, Susan Abulhawa fa riemergere i dissidi e le tante similitudini di due popoli che da sempre hanno vissuto fianco a fianco. A spiegare meglio questi accostamenti la storia di due fratelli ignari del loro legame, che crescono in due famiglie agli antipodi, Yussef e David, sottratto con l'inganno alla madre e cresciuto da una famiglia israeliana. Ma è Amal il fulcro di tutto il romanzo, che forse alla fiction lascia ben poco, la vita di Susan Abulhawa ha molti punti in comune con la protagonista.
Amal è il centro di un microcosmo, che all'interno delle sue fragilità riflette la precarietà della vita, la sottile fibra che tiene unita una famiglia e quando questa si dissolve come cenere al vento, ne resta ancorata al ricordo. Così Amal passa dalle bombe lanciate sul suo villaggio, alla vita in orfanotrofio, al ritorno di suo fratello Yussef, alle morti che imperterrerite continuano a mietere vittime nel suo scenario. E quando sembra aver ritrovato un po' di quella pace sottratta alla sua infanzia, ecco che tutto viene frantumato, perchè Susan Abulhawa non fa sconti, nemmeno se racconta una storia, la vita stessa, in fondo, è la storia di una perdita, quella di chi ci sta accanto, e infine, la nostra.
Ogni mattina a Jenin, è l'esilio di chi resta avvinghiato con le radici alla propria terra, è la guerra che non usa aggettivi, è la vita di chi rimane, anche se a volte, la svolta non arriva. Non ci sono colpevoli, non ci sono condanne, Susan Abulhawa usa le parole per raccontare, resta al lettore riscoprire la storia, anche quando fa male.




TENETE ALTE LE LANTERNE di Lakshmi Persaud - Recensione a cura di Paola Zoppi
Una donna, un matrimonio e una storia che richiama le tradizioni ancestrali dell'India. Questo lo scenario che fa da sfondo a Tenete alte le lanterne di Lakshmi Persaud, scrittrice nata a Trinidad da famiglia indiana e narratrice di storie e favole indocaraibiche che riconducono al paese di origine della propria famiglia. La protagonista di questo romanzo, Vasti Nadir, un'adolescente indiana che vive a Trinidad, dopo aver vissuto la propria infanzia all'ombra della casa paterna, in compagnia dei libri, dopo un fortuito soggiorno in Inghilterra in cui si laurea in medicina, matura un'emancipazione tollerata dai propri famigliari, ma alla quale si presume faccia seguito il ritorno alle consuetudini e tradizioni del suo paese. Ciò che getta Vasti nello sconforto più totale è l'idea di un matrimonio imposto, con un uomo facoltoso, Karan, proprietario di una clinica al tracollo, in cui le si chiede di ricoprire un ruolo ben preciso, quello di moglie, ma anche di convenire alle richieste della famiglia dello sposo: abbandonare il suo lavoro di insegnante al Sant'Orsola e dedicarsi alla clinica stessa. Ad aggravare lo stato di inquietudine in cui vive Vasti Nadir è la una scoperta sconcertante che richiama alla memoria un episodio cui assistette, in una Trinidad anni Cinquanta, a soli dodici anni: la violenza perpetrata ad una bimba dell'istituto Sant'Orsola ad opera di un uomo, in cui segno riconoscibile era un anello con l'effige di un'aquila. Scoprire a chi appartiene quell'anello getterà Vasti in uno stato di sonno profondo in cui rivive la storia delle tre regine Meena, Dayita, Renu, del regno di Jyotika.
Proprio la vita emancipata e lungimirante della regina Renu, cui farà seguito la svolta delle vite delle altre due regine, sarà di esempio per Vasti, la quale prenderà, infine, una scelta irrevocabile. Lakshmi Persaud trattiene nella propria scrittura la poeticità dell'immagine, sono le intersezioni che riproduce nelle vite delle sue protagoniste a restituire uno spaccato, in cui l'India è lo sfondo del passato e Trinidad è il presente. Una mescolanza che sonda la vita di una donna, forse ancora anticipo sui suoi tempi, ancorata alle consuetudini, aggrappata alla sua famiglia, dalla quale vorrebbe allo stesso tempo trovare rifugio, e fuggire. Un romanzo che si riappropria di un linguaggio raffinato, che richiama nel sentimento e nella comprensione la forza delle proprie idee.



PRENDITI CURA DI LEI di Kyung-Sook Shin - Recensione a cura di Paola Zoppi
Una madre che scompare e tre figli che cercano di ritrovarla scavando fra le proprie identità e la storia della propria famiglia. Prenditi cura di lei, romanzo della scrittrice coreana Kyung- Sook Shin, è un racconto corale che si dipana fra le voci dei protagonisti e le voci interiori della città di Seul.
Ecco che la scomparsa di Park So-nyo, è un duplice canale nel quale emergono le crisi famigliari, i traumi e le separazioni, ma allo stesso tempo diviene argine e confronto. Non c'è strada, quartiere, locale e ricordo che non sia battuto durante i giorni dell'assenza affinchè la donna possa essere riportata a casa sana e salva. Si rincorrono le voci di coloro che l'avvistano smarrita per le strade di Seul, vagabondare fra i luoghi dell'infanzia e giovinezza dei suoi figli, forse in fuga da una solitudine alla quale era stata ancorata. I figli ormai cresciuti, ognuno con una vita cui badare e il senso di inadeguatezza che si ripresenta ogni giorno alla porta, sotto forma di terribili emicranie. E infine la perdita, alla stazione della metropolitana di Seul, i due coniugi intenti a prendere il treno per recarsi da uno dei figli, si separano, e a colmare il vuoto di Park So-nyo il flusso inarrestabile di gente a rincorrere i treni i partenza.
Il ritratto di famiglia che Kyung-Sook Shin fa trasparire dal suo romanzo, è la quotidianità famigliare che dalla sua routine ha tratto un'indipendenza e una solitudine, nelle quali si inseriscono tutti i componenti della famiglia, e pare essere il ricordo ciò che fa più male di tutto, perchè l'attimo perduto è ciò che non può essere recuperato, l'impotenza che si ripresenta nell'impossibilità di riportare la loro madre a casa. Ritroviamo Park So-nyo nei riflessi delle finestre di case abbandonate, negli attimi in cui i bambini si rincorrono nei loro giochi, e nella rassegnazione e consapevolezza di non essere più, oggi, il centro della vita dei propri figli, quanto di lei non ci sia più bisogno. Ma forse ancora più grave è lo smarrimento in cui viene gettata famiglia quando il perno su cui si regge, Park So-nyo, viene a mancare, quando emergono tasselli della sua vita di cui nessuno era al corrente e che restituiscono, infine, un mosaico sconosciuto. Appare, quindi, la crisi identitaria di tutti i componenti della famiglia, che solo nelle radici comuni, può ritrovare la sua risoluzione.


IL CIMITERO DI PIANOFORTI di José Luis Peixoto - Recensione a cura di Paola Zoppi
Torna José Luis Peixoto con un nuovo romanzo, Il cimitero di pianoforti, uscito per i tipi di Einaudi e tradotto da Guia Boni, un nuovo spaccato umano a due note. Francisco e suo padre sono due ombre intorno alle quali si distrisca un paesaggio verosimile. Un cimitero di pianoforti fa da sfondo, in una stanza chiusa a chiave e inaccessibile, accatastati in attesa di essere riparati o definitivamente abbandonati, in un Portogallo di inizi Novecento. La falegnameria è il luogo in cui tutti i ricordi di una famiglia hanno un posto speciale, fra la polvere, il tempo trascorso ha il suono di lontane risate argentine, di litigi, di sfuriate, di amori fuggiti e, infine, di perdite. Dai ricordi desolati del padre, che ripercorre la propria esistenza, convinto di aver fallito come padre e come compagno, dalla nascita di Francisco, alla premonizione della sua vita da maratoneta. Ma sono anche ombre che disegnano un paesaggio umano fatto d'oggi, ai margini della scena assistono silenti alla vita che prosegue nonostante la loro assenza. Stroncato da una insolazione durante la Maratona di Stoccolma nel 1912, Francisco non potrà conoscere il figlio che la moglie attende e non potrà sostenere, la madre, dilaniata dalla perdita. Diventano così note e note, una musica che pare diffondersi continuamente anche quando non è reale ma solamente pensata. Un costante leitmotiv.
Diventa così il monologo la scelta prediletta dello scrittore José Luis Peixoto, che già in Questa terra ora crudele, sondava la disperazione e la mancanza della perdita di un padre. Una sola voce, infine, che si erge a richiamo di una coscienza, alla riflessione. Una scrittura feroce che richiama l'uomo, la fisicità del dolore, la sensazione corporea per immergere il lettore negli anfratti dell'esistenza umana, che è destinata a svanire.
Il cimitero di pianoforti, José Luis Peixoto, Einaudi, traduzione di Guia Boni. La recensione è a cura di Paola Zoppi.

LE LACRIME DI MIO PADRE di John Updike - Recensione a cura di Paola Zoppi

Non c'è un filo conduttore apparente che voglia accomunare i protagonisti dei racconti di John Updike, ma in realtà hanno tutti una storia comune. I figli unici che si distinguono per i giochi solitari, così poco disposti a mescolarsi alla calca infantile in una piccola cittadina della Pennsylvania. I sentimenti, gli affetti, gli smarrimenti e i forti valori che travolgono una famiglia durante la Grande depressione americana. Gli studi, le tappe della vita di un uomo, il matrimonio, i figli, i quartieri borghesi che sempre meno si distinguono, costretti a farsi largo nei sobborghi, e ancora le separazioni, nuove unioni, nuovi arrivi, e infine la vecchiaia che ti coglie quasi prematuramente, senza che ti sia accorto di tutto questo tempo che passava. Una vecchiaia che racconta di viaggi fatti di impulsi per sfuggire a quella quotidianità che chiama in causa una perfetta indifferenza. Quando è la tua famiglia ad esserti estranea, non resta che il viaggio, per evadere del tutto.
Ogni racconto ha dei confini sfumati, quasi come se la storia proseguisse e ognuno fosse in una sorta di collegamento con il precedente, anche se ogni personaggio ha la propria vita da seguire. E ancora la solitudine, quella carta comune che tentiamo di giocare, come se sconfiggesse del tutto il tormento di una vita, quando lo smarrimento, l'ossessione e l'inconsapevolezza trasfigurano il paesaggio conosciuto, dove siamo nati, cresciuti e ormai abbiamo immaginato di invecchiare e morire. E quando il pensiero si fa più pressante, John Updike libera il personaggio dalla gabbia del tempo e lo lascia, infine, libero di sognare, ancora.
Dov'è la narrazione di John Updike? Quale l'immagine che resta? La figura di un vecchio, che gravita sulle proprie spalle l'esistenza di un mondo intero, nelle parole che sapientemente calibrate, si scagliano contro quel muro feroce di indifferenza, come se il dolore di un'assenza ci rendesse consapevoli non avere alternative, né altre possibilità, quasi a voler stracciare le strade percorse, ora che seduto davanti alla finestra, sembra essersi dissolto per sempre.
Le lacrime di mio padre di John Updike, edito da Guanda, tradotto da Federica OdderaLa recensione è a cura di Paola Zoppi


SPIEGAZIONE DEGLI UCCELLI di Antònio Lobo Antunes - Recensione a cura di Paola Zoppi

In un Portogallo aperto, in cui la ferocia e l'inquietudine degli anni della dittatura sono uno scenario frammentato, il viaggio lungo quattro giorni di una coppia, Rui e Marìlia, verso Aveiro, sembra non avere i confini del tempo. Nell'incapacità di prendere decisioni, all'intenzione di lasciare Marìlia, Rui si dibatte fra il terrore di una solitudine, fra l'abitudine della quotidianità e la necessità di liberarsi dalle condanne. Nel silenzio dell'ombra resta Marìlia, una militante, una ribelle rivoluzionaria che sembra censurare lo spazio libero della vita, invece di esprimere un sentimento autentico. In un susseguirsi di voci che riemergono nello spazio del passato e si rivestono di nuova luce per apparire fantasmi del presente, Rui si aggrappa alla voce del padre che immortala farfalle nell'atto del dispiegare le ali, alla luce allucinante degli interrogatori, alla voce di Tucha, la prima moglie. Antònio Lobo Antunes trascina la scrittura in un Portogallo che si districa da Lisbona ad Aveiro, dove il canale taglia la città nel mezzo, nella nebbia del mattino e la nitidezza dell'ombra della notte in cui appare la città semi deserta. La storia di Rui e Marìlia culmina nel finale, quando, nel porre fine alla loro storia, alla mancanza di dialoghi, all'assenza del comunicare, alla rabbia che scatenano i sentimenti, non resta che la spiegazione degli uccelli, che popolano il paesaggio di Aveiro. E non resta che il sapore amaro del fallimento, di un paio di vite ancorate al ricordo romantico del passato, un'esistenza gettata lontano che recuperare pare impossibile.


LE DONNE DI MIO PADRE di José Eduardo Agualusa - Recensione a cura di Paola Zoppi

"Se fosse un uccello, Luanda sarebbe un immenso pappagallo, ebbro di abisso e di blu. Se fosse una catastrofe, sarebbe un terremoto: energia indomita, che scuote all'unisono le profonde fondamenta del mondo. Se fosse una donna, sarebbe una meretrice mulatta, dalle cosce esuberanti, il seno abbondante, ormai un po' stanca, che balla nuda in pieno Carnevale. Se fosse una malattia, sarebbe un aneurisma. [...]
"Il silenzio che precede le imboscate.
Il silenzio nell'attimo del calcio di rigore.
Il silenzio di un corteo funebre.
Il silenzio dei girasoli.
Il silenzio di Dio dopo i massacri.
Il silenzio di una balena agonizzante sulla spiaggia.
Il silenzio delle domeniche mattina in un piccolo villaggio dell'interno dell'Alentejo.
Il silenzio della piccozza che uccise Trotsky.
Il silenzio della sposa prima del sì.
Ci sono silenzi placidi e altri convulsi. Silenzi allegri e altri drammatici. Ci sono quelli che prfumano d'incenso, e quelli che puzzano di letame. Ce ne sono che hanno il sapore intenso delle guaiave mature; che si infilano nelal tasca interna della giacca, insieme alla fotografia di unf iglio morto; che girano nudi per lestrade; i silenzi arroganti e quelli che chiedono l'elemosina". (Le donne di mio padre di José Eduardo Agualusa, tradotto da Giorgio De Marchis, edito da La Nuova Frontiera)
In un'Africa densa di volute di fumo, dove i contorni cominciano a sfumare ecco che Laurentina, una giovane regista portoghese, smarrisce l'identità di cui sempre è stata convinta. Lavorando alla vita di Faustino Manso, un musicista dell'Angola divenuto celebre a cavallo fra gli anni '70 e '80, scopre che il padre che l'ha cresciuta non è il suo vero padre. Ed è così che comincia il viaggio di Laurentina che si perde sulle tracce di un cantante, di un padre, di un paese. Perchè l'Africa non è lo sfondo, l'Africa è una protagonista che resta in disparte per farsi carico di tutti i dolori e le sofferenze di un cammino a ritroso. Dall'Angola, al Sudafrica, al Mozambico, passando per villaggi semi deserti, dove però i ricordi affiorano come conchiglie riportate sulla battigia, dove le voci dei protagonisti si susseguono in un piccolo vortice che fa perdere Laurentina. Ma solo nel perdersi, solo quando Faustino Manso, dalla figura di uomo debole di fronte ad una donna, che distribuisce legami e figli lungo il continente, o perlomeno così pare, ecco che Faustino diviene una forza che si fa largo con la musica, con il suo canto che echeggia ancora lungo le vie polverose del sud dell'Africa.
Si perde Laurentina, perde i suoi riferimenti, le certezze di una vita condotta con fermezza, e nel suo vagare dimentica i sentimenti e getta al largo le illusioni di rapporto ormai disorientato. In viaggio in cui la musica si mescola al sentimento più autentico, dove Laurentina ha veramente modo di toccare gli albori del sentimento umano, dove l'amore di cui tanto si parla non ha niente a che fare con la possessione, con la proprietà ma l'avvertimento di una solitaria consapevolezza. Ma ci sarà la rivelazione ultima che scombinerà nuovamente le speranze di Laurentina, le nuove piccole certezze cui la sua esistenza tenta di aggrapparsi.
Così Agualusa smarrisce il lettore alla ricerca di una verità che ha il gusto dell'identità in conflitto, che si dipana sotto l'immensità del cielo notturno ricoperto dalle stelle, che approda in un'Africa violata, ma consapevolmente complessa e vitale, in cui i lati oscuri e i coni di luce si intersecano continuamente nell'animo umano, dove la completezza dell'uomo passa anche per l'amore, dove il viaggio spesso ha a che fare con noi stessi.

SOLO UN ALTRO ANNO di Sana Krasikov - Recensione a cura di Paola Zoppi.
La scoperta della feroce narrazione di Sana Krasikov in Solo un altro anno, edito da Einaudi e tradotto da Anna Rusconi e Andrea Sirotti, lascia senza difese la lettura che si trascina di racconto in racconto e che solo un altro anno pare dire la mente che cerca di far resistere il corpo in una terra straniera, tentando di accumulare più speranze possibile per tornare a casa e non deludere i propri sogni. Così le donne di Sana Krasikov si dividono fra desideri, illusioni e ricordi e sono ricordi importanti quelli che permettono di restare ancora un altro anno, dal marito ucciso in Cecenia di Maia, che vive la propria solitudine a Yonkers, nell'attesa che l'aereo atterri e che suo figlio la raggiunga in America, nell'illusione che la famiglia si ricongiunga. Mentre Asal attende la chiamata di Rashid, l'uomo che ha lasciato, dopo aver sposato una seconda donna Nasrin. E le giornate con Vlad sembrano darle la serenità mancante, fino a quando la telefonata arriva e non fa presagire niente di buono.
Ilona ha, poi, una grande passione, gli uomini, anche se i tre appuntamenti che ha avuto, da quando si è trasferita in America sono stati fallimentari. Divide la casa con un uomo che la considera la propria compagna, la riempie di regali e la porta a cena fuori pensando così di colmare il suo senso di appagamento. Ma Ilona non è felice. Attende quell'incontro fortuito che la farà restare senza fiato, non il principe azzurro, ma un uomo che ponga fine al suo vagare e se non fosse stato per la precarietà della vita di Thomaz, troppo simile alla sua, forse la parola fine sarebbe stata scritta. E, infine, Anya calpestata dal suo marito americano, che la riempie di botte e la soffoca con la sua gelosia, fino a quando non deciderà di mettere lei, la parola fine al continuo oltraggio.
Sana Krasikov gioca la carta del doppio, la doppia identità che chi migra è costretto ad avere con se, un volto che ti fa sopportare ancora un altro anno, e il volto che rimane a casa e che ti condanna in un esilio forzato. La scrittura di Sana Krasikov ha il disarmante del reale, di un quotidiano sospeso, che si dipana fra la nostalgia, la solitudine, i sogni e quei lievi istanti di felicità, che inconsapevolmente arrivano.


LA COMPAGNIA DEI TEATRANTI di Sigfried Lenz - Recensione a cura di Paola Zoppi
Non può non attirare la copertina, in cui si intravede un pulmino con disegnate, sulla fiancata, due maschere del teatro, sotto un cielo blu cobalto, illuminato da poche stelle. Ancor più affascinante quando si avvia la scrittura di Siegfried Lenz, che ne La compagnia dei teatranti, edita da Neri Pozza e tradotto da Francesco Paolo Porzio, che si esaurisce in un batter di ciglia.
Nel carcere di Isenbüttel l'arrivo del pulmino azzurro della compagnia dei teatranti è un evento tanto atteso. Quale delle opere verrà messa in scena? La storia del labirinto, opera improbabile di un poeta di Amburgo, nel quale spesso, chi si avventura, non fa ritorno, affascina non poco gli spettatori, anche se per una decina di detenuti, il momento è propizio solo alla fuga.
Saliti sul furgoncino della compagnia del Teatro Nazionale, Landesbühne, giungono nella città di Grünau in agitazione per le celebrazioni della festa del garofano, in cui vengono accolti con tutti gli onori. Con una serie di equivoci sui quali si basa la permanenza dei fuggitivi nella città, il gruppo dà vita ad animate e paradossali situazioni in cui si riassesta il gruppo sportivo, viene messa in scena una commedia, si articola la settimana della cultura, si organizzano appuntamenti letterari e così via...
Insomma Grünau non è mai stata così viva come in quei giorni. Infine l'attribuzione dell'ambito garofano d'argento ai teatranti, spilla che viene appuntata sulle loro giacche in una serata alla quale partecipa anche il direttore dell'istituto carcerario, presente in platea.
L'abile penna di Siegfried Lenz lascia che l'immaginazione giochi la sua carta vincente, in cui l'ironia e la fortuna si dipanano in scenari del tutto differenti. Quando l'occasione sembra sfuggire ecco che il profondo senso di amicizia tiene a bada una solitudine, difficilmente ammaestrabile.

PIOGGIA DI GIUGNO di Douaihy Jabbour - a cura di Paola Zoppi


Pioggia di giugno, edito da Feltrinelli e tradotto da Elisabetta Bartuli, ha forse un colore, il rosso, che parla di stragi e di dolore, ma forse anche il bianco, cui tende la memoria affievolendosi, sono le figure di Douaihy Jabbour a colorare il viaggio a ritroso che Elia percorre, affinchè le parole non rimangano, vane.


Tra i monti del Libano, su a nord, Elia viene al mondo nove mesi e una settimana dopo un violento massacro che sconvolse il paese nel 1957 e che diede vita alla lotta fratricida fra le due grandi famiglie maronite. Elia è al centro di non poche dicerie che circolano sulla sua nascita, figlio di una coppia, che nei quindici lunghi anni di matrimonio non aveva procreato, mentre Elia viene al mondo dopo la morte del padre, lasciando intendere che il suo concepimento fosse avvenuto la notte prima della strage.
Stanca del clima teso e delle malelingue la madre si convince che il figlio deve lasciare il paese, perciò lo manda a scuola a Beirut e infine a New York, in cui vivrà per vent'anni. Fino a quando un interrogativo irromperà nella vita di Elia: perchè vent'anni prima sua madre lo convinse a lasciare il paese? Che cosa scatenò la guerra fratricida che da più di dieci anni ha provocato stragi e morti? E in fondo chi era suo padre? Deciso a scoprire che cosa accadde, Elia ripercorre il doloroso passato di un paese. Douaihy Jabbour non parla solo di un uomo, che si scontra con le dure immagini di un massacro avvenuto in una sola notte, ma affonda le dita nel sangue che viene sparso continuamente in ogni conflitto che assedia la zona di provenienza dell'autore.
In un passato che appare ancora confuso e violentato, la prospettiva che moltiplica i fotogrammi, lascia intravedere un futuro tutt'altro che di facile soluzione.

UNA CANZONE CHE TI STRAPPA IL CUORE di Joseph O'Connor - a cura di Paola Zoppi
"Nella stanza all'ultimo piano di una casa a schiera fatiscente di fronte alal Terrace, una luce è rimasta accesa tutta la notte. Era visibile dal tuo letto ogni volta che ti voltavi verso la finestra, un gesto necessario per sollevare la bottiglia dal pavimento. È così quasi ogni notte. All'imbrunire la lampadina si accede. Al mattino, un paio di istanti dopo l'ultimo barbaglio dei lampioni, si spegne, e la tende sdrucita viene chiusa". Così esordisce la mirabile scrittura di Joseph O'Connor che torna con un nuovo romanzo, nelle librerie italiane, Una canzone che ti strappa il cuore, edita da Guada e tradotto da Massimo Bocchiola.
A Dublino, i primi del Novecento, John Millington Synge, drammaturgo dell'Abbey Theatre e Molly Allgood, al secolo Maire O’Neill, si innamorano. Galeotte furono le prove in teatro e il mito di un amore fugace, interrotto dalla premature morte di Synge, a soli trentasette anni.
Un amore che rivive nelle pagine di un diario mai scritto, ma che affidato alla memoria riconduce i passi nei lontani giorni dublinesi, in cui una ragazza troppo audace per i suoi tempi, accetta di scendere a compromessi e di incontrare il suo amante in luoghi lontani dai visi conosciuti. Difficile oggi riconoscerla nel passo malfermo di una donna, ormai dedita all'alcol, che importuna i passanti chiedendo l'elemosina, che comincia la propria giornata con un sorso di gin e che cerca un po' di calore rifugiandosi nelle stanze della National Gallery.
Sono giorni in cui le luci della ribalta l'hanno accantonata, abbandonata tempi addietro, confinandola ad una solitudine impenitente, Molly Allgood trascina stancamente le proprie giornate logorate dai rimpianti e dai ricordi di un amore definitivamente impossibile, un amore intriso di tormento, malinconia, crudeltà, tenerezza e dolore. Si perde nei meandri di città lontane da New York a Londra per tornare nella propria Dublino, in cui il tempo e lo spazio si confondono per una manciata di minuti, per lasciare, infine, la dolce stanza, oscura.
Joseph O'Connor ritorna con questo romanzo su un amore difficile, intricato e immaginato, strappa il cuore e disorienta lo spirito, come una canzone sussurrata, nella notte invernale e che nella neve incessante riconosce quel peso che affossa l'anima.

CONTROVENTO di Angeles Caso - Recensione a cura di Paola Zoppi.

São è nata in una piccola isola di Capo Verde e già da piccola ha un grande sogno quello di diventare medico, di andare in Europa, in Portogallo o in Italia e tornare nel proprio paese, per poter curare coloro che sono destinati a morire, non potendo ricorrere alle cure mediche troppo costose. Inevitabilmente São fa i conti con la vita dura di quell'isola. Senza madre, Carlina, fuggita per cercare fortuna, in Italia, a Torino, viene cresciuta da Jovita, quasi una nonna per lei. Presto, però, i soldi termineranno e São sarà costretta ad abbandonare i suoi studi.
Scende a patti, São, con la crudele realtà, con la povertà dell'isola, respingendo i suoi desideri, giungendo a Lisbona dove si guadagna da vivere come baby sitter. Il suo sogno è quello di mettere i soldi da parte per avere una "stanza tutta per sè". Fino a quando don Jorge, il padrone di casa, una sera le tende un agguato e lei sarà costretta a fuggire per non provare più un simile disgusto. Senza una casa e senza un lavoro, São conosce donna Benvinda, che le suggerisce di andare in Algarve per la stagione estiva, luogo in cui, grazie al turismo, vi sono numerose possibilità di lavoro. E qui incontra Liliana, una vera amica, di quelle che ne incontri sola una volta nella vita e rimangono con te ogni cosa accada. Nonostante la vita abbia messo a dura prova São, non ha mai smesso di perdere la fiducia, ha sempre ritrovato le energie per combattere, per non abbattersi e più di tutto non vuole smettere di credere nella bontà delle persone. Come darle torto, quasi tutti hanno cercato di aiutarla anche se ora è lei a doversi far carico delle lettere disperate, spedite da Torino, da sua madre, una madre della quale non sente la mancanza. Come può mancarti, qualcuno o qualcosa, se non l'hai mai avuto? Durante le pause di lavoro, seduta in spiaggia, São legge i libri presi in prestito da Liliana, e qui l'amore le si rivela. Bigador fa di tutto per lei, l'accompagna e l'attende finito il turno di lavoro, passeggiano lungo le vie mangiando un gelato, chiacchierano, la riempie di dolcezze e di attenzioni. È così diverso Bigador da don Jorge.
Così le parole di Liliana che cercano di metterla in guardia, sono lasciate al vento. Raggiunta Lisbona, dopo la stagione, i due innamorati decidono di lasciarsi alle spalle la vita solitaria e São si trasferisce. Inavvertitamente le cose cambiano. Bigardor getta la maschera. Dopo gli insulti, arrivano anche le botte e São rimane incinta. Nonostante tutto continua a credere che i primi tempi vissuti insieme possano tornare, che quello che ogni giorno cerca una scusa qualsiasi alla quale appigliarsi per picchiarla, deriderla, aggredirla non sia il vero Bigador. Ma non è così. Si nasconde dallo sguardo di Liliana con il timore, la vergogna che possa comprendere qualcosa. São lentamente si chiude in se stessa. Solamente dopo la nascita di Andrè, con la presenza di donna Fernanda, la madre di Bigador, prenderà coscienza della gravità della situazione e riuscirà a fuggire a Madrid, dove farà da badante ad una donna che per paura dei cambiamenti, ha perduto tutto, l'amore, la vita. 
Una donna che da São imparerà che rischiare, alle volte è tutto ciò che si ha perchè le cose non cambino veramente. Intanto André cresce e con lui le difficoltà economiche che inducono São a commettere un ultimo fatale errore. Dopo infinite telefonate, che la inducono a credere nel cambiamento di Bigardor, torna a Lisbona. 
Non dimentichiamo, però, la natura straordinaria di São, nonostante le avversità della vita, in situazioni d'emergenza, sa prendere decisioni straordinarie, che inducono la vita ad andare controvento.
Àngeles Caso è una rivelazione. Un romanzo, Controvento, che impone allo sguardo, la crudeltà della vita, la necessità di fare le proprie scelte, la forza di combattere per un destino lontano dal caso, la durezza dell'amore e il bisogno di credere negli altri. Àngeles Caso ha una straordinaria visione della vita e la sua scrittura è potente, un grido che disegna un orizzonte femminile importante, un'atmosfera in cui le donne sono protagoniste, alleate, complici silenziose anche quando vengono calpestate, aggredite, soffocate, donne che hanno trovato la forza di reagire anche quando tutto sembrava ormai perduto.
Il reale che diviene immagine contro la quale il lettore si troverà a combattere, a parlare con São e a disperarsi per quanto le sue difficoltà continuino a caderle addosso, non crederà possibile tanta sventura e si commuoverà, come me, nel giungere ad un grandioso, inaspettato, ma liberatorio finale.

CASE DI SCRITTORI DEL NEW ENGLAND: LA GUIDA DEL PIROMANE di Brock Clarke - Recensione a cura di Paola Zoppi
Coinvolgente, folle, il romanzo di Brock Clarke, Case di scrittori del New England: la guida del piromane, edito da Einaudi, tradotto da Daniela Fargione, lascia a bocca aperta per il senso travolgente del reale, per l'immagine fotografica di un New England mutato in tutto ma che conserva il proprio ricordo nella narrazione fantastica.
La casa di Emily Dickinson è stata data alla fiamme e due persone sono morte al suo interno, ma questo Sam Pulsifer non lo sapeva. Dopo aver scontato dieci anni di carcere, Sam cerca di tornare al mondo dimenticando la causa dei suoi guai e tentando di non farsi riconoscere dagli altri, perchè purtroppo, in una piccola comunità, il suo gesto lo ha reso famoso.
Così apparentemente tutto sembra risolversi quando conosce Anne Marie e la sposa, conduce una vita tranquilla nella campagna del New England, crescendo i suoi due figli, ma i nodi, nella vita, tornando sempre al pettine.
Il figlio dei coniugi morti nell'incendio continua a farsi vivo spinge Sam all'orlo del baratro e i suoi tanti tasselli del passato nascosti alla moglie, lo conducono a prendere sempre la scelta sbagliata, dove una bugia in più, nasconde una verità di troppo.
Ed ecco che la moglie lo caccia di casa, costretto a tornarsene a casa dei suoi genitori li scopre ormai avvezzi all'alcool più di quanto poteva immaginare, ormai totalmente distanti dal proprio passato di intellettuali.
Ma questo non è tutto. Nel frattempo qualcuno sta cominciando ad incendiare le case di altri scrittori del New England emulando la sua azione di tanti anni prima. Naturalmente tutti gli indizi fanno pensare a Sam, tanto più che in passato ricevette numerose lettere di persone che lo esortavano, per molteplici motivi, a bruciare altre abitazioni celebri.
L'unico modo per provare la propria innocenza è indagare sul pacco di lettere, incontrare chi le aveva scritte, capire dove si fonda l'odio per autori come Mark Twain o Nathaniel Hawthorne o Robert Frost, inevitabilmente, però, queste indagini lo condurranno a fare i conti con il proprio passato, con quello dei suoi genitori e incontrare nuovamente i suoi vecchi compagni di cella, per giungere ad un finale esorbitante in cui la guida del piromane è stata quasi scritta e non resta che mettere la parola fine.

LA DOLCE CANZONE DI CAETANA di Nélida Piñón - Recensione a cura di Paola Zoppi

Per chi si volesse avventurare nella letteratura brasiliana suggerisco La dolce canzone di Caetana, di Nélida Piñón, grande voce brasiliana contemporanea, edito da Voland e tradotto da Virginiaclara Caporali. Un piccolo villaggio, Trindade, e un grande amore che si scontra con il tempo.
Sembrava che Caetana Toledo dovesse arrivare un venerdì e per questo Polidoro ha mosso mari e venti, addirittura deviando il treno che ormai aveva abbandonato la stazione di Trindade da diversi anni. L'attesa che consuma i giorni, consuma anche l'uomo, legato a Caetana da un amore di gioventù, al quale ripensa idealizzando Caetana e struggendosi per il tempo che li separa.
E quando finalmente il treno giunge ecco che scendono, per sgranchirsi, gli ignari passeggeri ma di Caetana, sulla pensilina, nessuna traccia. Ormai perdute le speranze di rivedere il sogno di gioventù, gli amici e i conoscenti si avventano sulla torta che doveva festeggiare l'atteso ritorno. Ma una voce, quasi fuori campo, annuncia che Caetana è arrivata in paese.
Per Polidoro i desideri paiono avverarsi, ma in realtà non è l'amore quello che l'attende. Caetana sogna di divenire un'attrice affermata per riscattarsi da un presente tanto misero, così convince Polidoro ad aiutarla a mettere in scena una sua versione della Traviata. Lo spettacolo messo allestito durante la finale della Coppa del Mondo del 1970 è una alineazione, formato da prostitute, poveretti e artisti malandati e mentre Polidoro cerca di convincere tutta Trindade a partecipare, la moglie Dodô remerà contro in ogni modo, spinta dall'invidia per l'antico amore che unisce suo marito a Caetana.
Nélida Piñón ambienta il suo romanzo alle soglie 1970, periodo in cui il Brasile si arrende di fronte alla dittatura, ma a dimostrare quasi che l'arte può cambiare lo stato delle cose, può raccontare e riflettere. Pare quasi che la Piñón, investa il villaggio di un sentimento di ribellione formato dalle passioni umane, districandosi fra l'amore, la vecchiaia, la felicità e l'incertezza del futuro.

IL PIACERE NON PUO' ASPETTARE di Tishani Doshi - Recensione a cura di Paola Zoppi

Romanzo d'esordio per Tishani Doshi, Il piacere non può aspettare, edito da Feltrinelli e tradotto da Gioia Guerzoni, una scrittura che conquest sin dalle prime righe e non potrete fare altro che amare e soffrire con i Patel-Jones. Babo ha lasciato la sua famiglia per trasferirsi a Londra, dove fra studio e lavoro cerca di trovare anche una sua nuova dimensione, nuova perchè Babo tenta di districarsi fra i precetti trasmessi dai suoi genitori e la sopravvivenza in una città per lui del tutto sconosciuta. Il suo precario equilibrio è nuovamente in crisi alla vista del nastro rosso che lega i capelli di Sian Jones, una ragazza gallese, con la quale inizierà la sua storia d'amore. Ma quando i genitori di Babo vengono a conoscenza della relazione con la straniera, proprio quando lui è il promesso sposo della figlia dei vicini, con un sotterfugio lo riconducono in India.
Sono struggenti, ironiche, nostalgiche le lunghe lettere che Babo e Sian si scambiano, promettendosi amore eterno, senza svelare i veri dubbi che li attanagliano. Scoperto l'inganno, Babo punterà i piedi fino a quando non sarà proprio la sua famiglia a concedergli di poter sposare Sian, a condizione che vivano in India. Così Sian prende l'aereo e atterra a Madras. E da lì nulla sarà più lo stesso.
Tuttavia la famiglia Patel-Jones incontrerà le difficoltà di ogni famiglia, dietro la cancellata dipinta di arancione e nero, già composta da molti membri, si allargherà ancora e i nuovi arrivi creeranno scompiglio, turbamenti e lunghi istanti di felicità. Babo e Sian avranno crisi, rimpianti, distanze, ma c'è veramente qualcosa che riesce, in qualsiasi situazione, a ricondurli a casa. Invecchiati, appesantiti, ma con ancora gli occhi brillanti e speranzosi, subiranno perdite che inevitabilmente il tempo comporta, soffriranno e riempiranno i vuoti con nuovi ricordi.
Gli anni Settanta fanno da sfondo alle vicende della famiglia allargata Patel-Jones, così da non perdere il filo conduttore che ci lega alla storia, dal matrimonio fra Carlo e Diana, alla conquista della luna, la guerra in Vietnam, la partizione fra India e Pakistan, le Olimpiadi a Mosca e altro ancora, dall'uccisione di Indira Gandhi al terremoto devastante del 2001.
Non è solo una storia d'amore. È troppo limitativo concentrarsi su questa definizione, perchè Tishani Doshi prende in prestito l'immaginario poetico dal quale proviene e getta l'illusione per raccontare come alle volte i sogni siano veri e alle volte non si realizzino mai, di come la realtà sia spietatamente crudele ma che gli attimi di gioia appagano un poco. Nelle difficoltà dei Patel-Jones, la Doshi ha il senso ironico dello sdrammatizzare, anche se nell'apice della gioia conserva delle istantanee di nostalgia, come quando la mente è altrove e ci si chiede cosa avverrà dopo.

IL PREZZO DEL PARADISO di Thrity Umrigar - Recensione a cura di Paola Zoppi

L'autrice del meraviglioso romanzo, L'ora del tramonto, Thrity Umrigar, replica con un libro commovente, crudo e decisamente reale: Il prezzo del paradiso, edito da Neri Pozza e tradotto da Gioia Guerzoni. Il titolo scelto dall'autrice anglo-indiana è il giusto valore di una storia che toglie il fiato, il senso misurato del ricordo, l'incipiente durezza del presente e il valore di una felicità non restituita.
Da due anni, Benny, il loro piccolo bambino, li ha lasciati. E Frank ed Ellie sembrano ad un punto di non ritorno. Lontani paiono, ormai, le giornate trascorse in spiaggia in Florida a rincorrere il piccolo con paletta e secchiello, sembra perduto il giorno in cui, ad un concerto, le mani di Ellie si fecero notare da Frank, mentre si contorceva sul suo violoncello. L'intesa che da subito aveva innescato una sintonia senza eguali, si era dissolta come nuvola in uno sprazzo di vento.
Il lutto per entrambi, non è cosa facile da superare, e se Ellie si rifugia nella sua professione di psicologa, dove in fondo sono i suoi pazienti a darle preziosi consigli e supporti; Frank non sa dove scaraventare le proprie giornate. Così la proposta di dirigere una filiale della HerbalSolution in un piccolo villaggio vicino a Bombay, Girbaug, pare la soluzione per un cambiamento tanto atteso. Abbandonati gli Stati Uniti e giunti in India, dove le persone bisognose d'aiuto sono molte, Ellie si adopera subito per portare un po' della propria esperienza a vantaggio delle donne vittime di violenze.
Ma l'illusione di ricominciare svanisce quasi subito. E le crudeltà con cui la vita ci costringe a fare i conti non finiscono. La HerbalSolution ha scoperto le proprietà curative, per il diabete, di una pianta in particolare, il girbal, in cui a Girbaug vi sono infinite piantagioni. Con un accordo stretto con il governo indiano, lo sfruttamento delle piantagioni diventa per  loro esclusivo, a danno della popolazione che da sempre se ne era servita. Lo sciopero dei lavoratori della fabbrica e la morte di due giovani attanagliano la vita di Frank, tanto da fargli sottovalutare la situazione con una ingen ua leggerezza. Ma c'è di più.
Dalla morte di Benny, arrivato in India, Frank si affeziona, quasi in modo morboso, al figlio della coppia di domestici, Ramesh, di nove anni. Un bimbo nel quale ripone tutte le sue aspettative di genitori, immaginandosi situazioni ed emozioni fuori luogo, un amore che scoprirà più tardi, è una delle tante illusioni della sua vita. Mentre l'amore vero, quello di Ellie, incondizionato e disperato sarà l'ultimo vero ricordo. Thrity Umrigar sceglie un epilogo da togliere il fiato, senza poter frenare lacrime, rabbia, dissenso e disperazione. Una scrittura potente che scioglie i drammi di una nazione occupata e sfruttata, l'India. La drammaticità della perdita riflette come l'assenza non può soffocare il silenzio che ci circonda. La voce narrativa della Umrigar è un urlo che vuole spezzare l'afflato dei colori, della gioia, dei balli e delle canzoni dell'immaginario comune, a favore di una vita più vera, che fa i conti con il prezzo del paradiso, lo specchio del proprio quotidiano, quando il vuoto interiore è, infine, la condanna più grave.

LA PURGA di Sofi Oksanen - Recensione a cura di Paola Zoppi

E' incredibile quanti premi abbia vinto Sofi Oksanen, giovane finlandese di origine estone, con La purga, edita da Guanda e tradotta da Nicola Rainò. Una doppia storia che si dipana in un'Estonia alla ricerca della propria indipendenza, il tentativo di affrancarsi dal mondo di due donne, inconsapevolemente legate da un passato atroce.
La purga di Sofi Oksanen è il libro del mese di LibrInTerra, leggi l'intervista all'autrice nella pagina dedicata: http://www.librinterra.com/p/il-libro-del-mese.html
Una fotografia sgualcita ritrae due giovani ragazze. Una dedica sul retro recita: A mia sorella. Da qui un passato difficile da districare, che si è cercato di rimuovere cautamente. Un passato che rappresenta il dolore, la sofferenza, il cinismo e la crudeltà, nella speranza di giorni migliori.
Questa è la storia di Aliide Truu, una donna che sin da piccola prova un sentimento di invidia profonda verso Ingel, sua sorella, dalle marmellate, alle pietanze cucinate a regola d'arte, alle medicine preparate con estratti di erbe, fino al marito che decide di sposare, Hans. Aliide se ne innamora, si innamora di una vita che non è sua e che lei vorrebbe ad ogni costo. Si illude di poter prendere il posto di Ingel, per far cessare i propri turbamenti.
In una Estonia non ancora libera, in cui si susseguono le purghe staliniane, le occupazioni russe, tedesche e poi di nuovo russe, Aliide cerca di farsi posto nella società estone, che tenta, con un movimento clandestino, di riacquistare la propria indipendenza. Aliide solidale con la sorella nel giurare che Hans è morto in un'imboscata del 1945 e allo stesso tempo così spietata.
Aliide medita e giunge alla decisione di collaborare con i russi affinchè la sorella e la nipote lascino il paese per sempre, la casa sarà definitivamente sua, come il bosco. Così sposa Martin esponente del partito che non farà mai carriera. Gioca una doppia partita Aliide, smaschera, per il Partito, i nazionalisti del villaggio e nasconde il partigiano Hans nel rifugio costruito nella loro casa: finalmente Hans dovrà accorgersi di quanto è straordinaria sua cognata, dovrà accorgersi di come ha sacrificato tutto, la propria vita in fondo, pensando, un giorno, di fare lunghe passeggiate lungo il viali di Tallinn. Ma non aveva fatto i conti con i desideri di un uomo follemente distrutto dalla perdita della propria moglie e figlioletta, portate via, ormai, in un giorno lontano.
In un piccolo paese estone, abitato ormai da poche persone, dove tutti cercano a Tallinn il proprio futuro, non passa giorno che Aliide non venga insultata, aggredita, da una banda di ragazzini che riportano sui muri scritte ingiuriose, bruciano il fienile e avvelenano il suo cane, ricordandole il triste compromesso con i russi. In questo paese dell'Estonia occidentale ogni cosa riemerge lentamente, nella sua mente, il giorno in cui, fuori dalla sua finestra, si accorge di un fagotto immobile. Scopre così il corpo di una ragazza, Zara, pieno di lividi, escoriazioni, sporca e macilenta, abbandonata come un cumulo di stracci.
Pertanto Aliide comincia a prendersi cura della ragazza, non senza sospetto, potrebbe essere un'esca affinchè dei ladri si insinuino nella sua casa, oppure si approprino del bosco. Fino a quando, in mezzo a milioni di menzogne che ognuna riversa sull'altra, appare la foto delle due ragazze e nulla può più essere nascosto. Non è vero che Zara è sposata, non è vero che ha fatto la cameriera in Canada, non è vero che l'estone glielo ha insegnato suo marito e non è vero che ha chiesto aiuto ad Aliide per caso.
Il terribile presente di Zara, fuggita dalla Finlandia con l'illusione di un lavoro in Germania, è quello di una donna costretta a prostituirsi. Sottoposta a quotidiane violenze da parte del suo protettore Paša, si droga, viene fotografata, filmata con i clienti per impedirle di lasciare quella prigione, fatta di quattro mura invalicabili, e così sarà fino a quando il suo debito non sarà saldato. Ma c'è qualcosa che unisce Zara e Aliide, due anti-eroine, forse la crudele esistenza comune, forse la voglia di dimenticare, il desiderio di ricominciare da capo.
Che cosa attrae de La purga di Sofi Oksanen? Il suo linguaggio schietto, che non ha il timore di offendere, non ha paura di mostrare, non intende girare il volto dall'altra parte per non scorgere quel limite di violenza che la scrittura non può avere. Sofi Oksanen racconta due partiture diverse, ma che dimostrano come i tempi non cambino lo stato delle cose. Prosegue, accostando, la storia di Aliide a quella di Zara, due donne oltraggiate, calpestate, violentate e torturate. Due donne che tremano al singolo rumore sconosciuto. La storia raccontata dalla Oksanen è terribilmente sconcertante, non vuole attenuare il tono, sbiadire le immagini, scolorire quella fotografia nascosta, la sua narrazione vuole scuotere il lettore, di fronte ai compromessi, al terrore e allo smarrimento, di chi è costretto a gettare via il proprio passato.

LA DOPPIA VITA DI ANNA SONG  di Minh Tran Hui - Recensione a cura di Paola Zoppi

E' così giovane Minh Tran Hui, che non ti aspetteresti un libro così. La doppia vita di Anna Song, edito da Neri Pozza e tradotto da Riccardo Fedriga ed Elena Sacchini, è così carico di nostalgia, così raffinato, inebriante, che sarà difficile non restare a bocca aperta, giunti al grande finale.
Chi è Anna Song? La celebre pianista morta, a causa di un cancro, lascia una discografia ineguagliabile, centodue dischi in cui reinterpreta le sonate più famose. A lungo rimasta nell'ombra, snobbata dai critici musicali, una vera e propria songmania, si diffonde poco prima della sua morte. Suo marito Paul Desroches, titolare dell'etichetta Piano Solo, vuole rendere giustizia, spedisce i dischi migliori alla critica e ne restituisce una fama imprevedibile. Tutti si chiedono chi è Anna Song, indagano, ne rimangono folgorati, vietnamita d'origine, cresciuta in Francia, emigrata in California, allieva di un misterioso maestro russo, si ritira dalle scene prima di essere conosciuta, si apparta nella magione, nella campagna francese e lì suona fino a produrre più di altri celebri pianisti.
Ripeto, chi è Anna Song? E' veramente ciò che dipingono i giornali, è il mito che i critici rincorrono? L'unico che la conosca veramente sembra essere lui: Paul Desroches. L'uomo che sin da bambino se ne innamora ancor prima di conoscerla, dalla Pavane pour une infante défunte di Ravel, che sente suonare, ha capito tutto. Anna, la custode delle memorie della propria famiglia, il tassello del presente che si unisce al passato di un paese, il Vietnam, che nel recente Novecento è stato distrutto. Ed ecco che Anna racconta, la meravigliosa casa costruita dal nonno all'ombra di uno splendido ginko, una casa d'un biancore assoluto sotto un sole altrettanto luminoso, circondata da un giardino di bambù, una piscina con il bordo di pietra azzurra e un albero dalle foglie dorate di fronte al quale stava un uomo, illuminato dal sorriso di chi finalmente assapora una felicità conquistata a caro prezzo (p. 53), la casa distrutta per non lasciare che diventasse una base strategica dei francesi, era stato il turno dei comunisti, i quali, in nome dello Stato, avevano espropriato i campi e i frutteti, lasciandoli poi andare in rovina e trasformandoli in terreni incolti (p. 61). Anna che suona continuamente, seduta davanti il suo pianoforte e Paul intento ad osservarla, ad assorbire ogni singola nota di Chopin, Bach, Debussy, innamorata del passato, attraverso la propria musica Anna rivelava il rimpianto per un tempo che non aveva mai vissuto (p. 62). E poi Anna che parte per la California, dove i suoi si trasferiranno, il rapporto mantenuto da lunghe lettere, in cui ci si confida, in cui ci si promette amore eterno. Ma poi tutto, un giorno, si interrompe. Nessuna lettera, nessuna notizia. Il ricordo: è ciò che rimane a coloro che hanno tempo, a quelli che possono scegliere (p. 69). E allora le giornate diventano infinite, ogni singola cosa, insignificante. Finché al funerale della nonna di Paul, coperta da un mantello nero Anna ritorna. Rivela la malattia che l'ha tenuta lontana dal pianoforte, la semiparalisi della mano, che illude ogni sua mattina, appena, sveglia, controllava se la sua mano era guarita, con l'idea che, siccome l'handicap si era manifestato un giorno di punto in bianco, avrebbe potuto benissimo andarsene da solo (p. 135). Il rifiuto della Julliard School. Il viaggio nel lontano Vietnam dove non hanno ancora scordato, le strade disseminate di mine ancora inesplose trent'anni dopo, le foreste e i fiumi cosparsi di napalm e di quantità di Agente Orange sufficienti a contaminare venti generazioni a venire, le fosse comuni dove sarebbero stati gettati centinaia di migliaia di corpi di uomini, donne e bambini, come in un macabro gioco del dominio (p. 59), e poi la cura miracolosa di un dottore americano, giunta tardi per il concorso, infine il suo desiderio di tornare a suonare finalmente esaudito. Una volta scoperto il cancro, si rifugia nella campagna francese, con Paul al suo fianco, le giornate si riempiono di musica, solo musica, fino alla fine.
Le cose, però, non sono mai come sembrano.
Minh Tran Hui, di origine vietnamita, riveste nella sua scrittura eleganza e intensità il suo romanzo, dove il talento, la finzione, l'apparenza, l'illusione e la felicità sono rincorse disperatamente, dove la narrazione allude a come la vita dovrebbe essere, a come si rivela, infinite volte, ingiusta. Lasciarsi avvolgere dalle parole, dal suono delle parole, al mio silenzio si è aggiunto il suo, raddoppiandone l'intensità. E il giorno è finito mentre noi continuavamo a tacere, mano nella mano (p. 82).

OMBRE BRUCIATE di Kamila Shamsie - Recensione a cura di Paola Zoppi
In occasione del 65° anniversario dall'esplosione della bomba atomica su Nagasaki, 9 Agosto 1945, tentiamo di lasciar perdere la retorica che avvolge questi eventi storici, proponendovi la lettura di un libro, che pone su tutti un solo interrogativo di apertura: come siamo arrivati a questo? Ombre bruciate di Kamila Shamsie, edito da Ponte alle Grazie, tradotto da Guido Calza, riparte da Nagasaki, per darci un altro punto di vista della storia.
Sulla schiena sono tre gru nere che si lanciano in volo, quelle dipinte sul kimono che indossava quella mattina, il segno indelebile che Hiroko Tanaka porta con se di quel giorno.
9 novembre 1945, Nagasaki.
Da quel giorno, nella vita di Hiroko sono successi numerosi episodi, dalla perdita del suo amato Konrad, del quale non resta che un'ombra bruciata su un sasso, perchè è questo che resta di tutte le vittime della bomba atomica sganciata su Nagasaki, una serie innumerevole di ombre bruciate, niente di più. Fino a non riconoscere più il proprio paese, Nagasaki, una volta mi hai detto che Delhi doveva sembrarmi estranea e sconosciuta, ma niente al mondo potrà mai sembrarmi più estraneo di casa mia quel giorno. Hiroko che attraversa il tempo e cerca rifugio in India, presso la famiglia di Konrad, i Burton-Weiss, che in quei giorni deve mascherare il proprio accento tedesco per non svelarsi agli inglesi. L'India in cui conoscerà Sajjad Ashraf, l'uomo che sposerà, l'uomo che le farà riaprire gli occhi e scoprire che c'è ancora qualcosa da desiderare a questo mondo, quando si resta vivi, soli, ma vivi, la speranza che ci sia ancora qualcosa che vale la pena cercare. Finora non ho fatto altro che pensare a quello ch eho perso. A tutto quello che ho perso. Continuo a pensare a Nagasaki.
Hiroko che si trasferisce in Pakistan, a Karachi, in seguito alla Partizione, dove i musulmani non sono più accettati in territorio indiano, così che le famiglie restano divise, per anni, come quella di Sajjad. Dunque ritrovarsi madre, di Raza, un figlio sano, che non porta con sè le conseguenze delle radiazioni; per scoprirsi lontana dalle ambizioni e consapevolezze di suo figlio, che si sente, invece, di non appartenere né al mondo di sua madre, né a quello di suo padre. L'impotenza di Hiroko nel vedere Raza, allontanarsi ogni giorno che passa e non poter far nulla, non poter ostacolare il suo desiderio di fuga.
E fuggirà Raza, si farà coinvolgere da Abdullah, un giovane afghano profugo che ha deciso di investire il proprio futuro in un campo di addestramento in Afghanistan. E si renderà conto, Raza, che tutte le certezze che aveva in mente, naufragheranno definitivamente, mentre il camion li abbandona nel deserto. La ricerca di un'identità, una sola identità per la quale valga la pena lottare è il tassello che manca. A tutti.
Senza più Sajjad, senza Raza, Hiroko riparte da New York. Condivide l'appartamento con Elizabeth Burton Weiss e sua nipote, Kim, figlia di Henry Burton. Quasi a voler incarnare il terrore e lo sgomento, la paura che invade il pubblico come il privato, all'indomani dell'11 settembre 2001, Kim commette un atto del quale forse si pente quasi subito, segnerà la fine dei sogni di evasione di Abdullah mettendo fine ai sogni di evasione di Abdullah.
La scrittura di Kamila Shamsie si allontana dagli stereotipi che in questi anni abbiamo sentito e letto, troppe volte, la sua scrittura, e lo testimoniano i libri precedenti, è un passo, un ritmo che esplora il profondo dell'animo umano. Sonda gli aspetti di un quotidiano che descrive come vissuto, è lo straordinario impegno di chi, con la narrazione, vuole che il lettore si soffermi a pensare. Che il lettore dia inizio ai suoi pensieri, quando la realtà supera l'immaginazione, senza cercare di voltarsi, sperando che svanisca. Kamila Shamsie ha la capacità di costruire i singoli tasselli che ruotano fra smarrimento, lontananza, desolazione, solitudine, amore e felicità.
Come ha confessato l'autrice, era suo desiderio scrivere un romanzo che parlasse dell'esplosione della bomba atomica nel 1945, e qualcuno, profeticamente, le disse che così avrebbe finito per scrivere un romanzo sull'11 settembre 2001. La domanda con la quale chiude il prologo, come siamo arrivati a questo?, alludendo a Guantanamo in cui è rinchiuso un uomo, è la domanda sulla quale dovremmo riflettere tutti e Kamila Shamsie, ci conduce per mano, lungo la storia, attraversando guerre, esili e divisioni, conflitti che hanno coinvolto Giappone, India, Pakistan, Afghanistan e Stati Uniti, fino ad arrivare a quel giorno, il 9 agosto, in cui tutto ebbe inizio, in cui le vite umane furono meno importanti di tutto il resto.

I TERRIBILI SEGRETI DI MAXWELL SIM di Jonathan Coe - Recensione a cura di Paola Zoppi

L'ultimo romanzo di Jonathan Coe, I terribili segreti di Maxwell Sim, edito da Feltrinelli, tradotto da Delfina Vezzoli, è delirante, emozionante, sconcertante e sconvolgente.
Maxwell Sim viene ritrovato dalla polizia di Aberdeen, in Scozia, in macchina, nudo, con due bottiglie di whisky vuote e nel bagagliaio uno scatolone pieno di spazzolini da denti, ma sta bene, e viene portato in ospedale. La vita di Max sembra essere arrivata al capolinea, si è ritrovato solo, dopo la separazione con Susan, che si è trasferita dall'altra parte del paese e con lei Lucy, sua figlia. In fondo Maxwell Sim ha un problema irrisolto: il rapporto con suo padre. Lo si coglie mentre osserva insistentemente una donna cinese con sua figlia, al tavolo di un ristorante e come con suo padre non sia mai stato così, così confidenziale. Di ritorno da un viaggio in Australia, l'ennesimo in cui non conclude nulla, si imbarca in una spedizione per le Shetland destinata alla vendita di spazzolini da denti tecnologici, innovativi e soprattutto ecocompatibili.
In realtà del premio di 500 sterline, previsto per chi giungerà per primo, non gliene importa granchè, ma il viaggio da Watford alle Shetland è un espediente per incontrare parenti e amici, per recuperare memorie e dolorosi aneddoti, è un viaggio per recuperare la propria coscienza.
Coscienza che si presenta sotto le più diverse forme, da Poppy, la facilitatrice di adulteri, alle pagine scritte nel quaderno azzurro di suo padre, che recupera nell'appartamento di Lichfield, fino ad assumere la forma di Emma, il navigatore satellitare. Man mano che il viaggio procede Max ricorda, scopre, si sorprende. Lo scenario del proprio passato si dipana, rendendogli chiaro ciò che fino ad allora gli era incomprensibile, sbirciando nelle memorie altrui scopre i terribili segreti che aveva rimosso, la vera natura dei suoi turbamenti e in un delirante monologo cerca di porvi rimedio.
In un oggi disfatto dall'inquinamento ambientale e dalla crisi economica, Jonathan Coe rivede il senso inflitto dalla solitudine odierna, l'incapacità di ritrovare il tempo per se stessi, l'itinerario di Maxwell Sim è un viaggio, apparentemente delirante, in realtà la scrittura di Coe mette a nudo le paure e i fallimenti. La coscienza a lungo repressa chiede, in fondo, di fare i conti solo con la realtà.

I terribili segreti di Maxwell Sim di Jonathan Coe, Feltrinelli, traduzione di Delfina Vezzoli. Recensione a cura di Paola Zoppi.

IL SEME DEL PAPAVERO di Wendy Law Yone - Recensione a cura di Paola Zoppi

Difficilmente riuscirete a trovare un altro libro che riesca a scandagliare così in profondità le traversie, le asperità, le ingiustizie, le violenze subite da una donna, ancora ragazzina. Senza dubbio vi farete accompagnare dalla parola incessante, questo è Il seme del papavero di Wendy Law Yone, edito da Rizzoli e tradotto da Elena Cantoni.
Na Ga non è il suo vero nome. Secondo la tribù dei Lu delle montagne, il nome viene sigillato in un seme di papavero e rivelato al momento giusto, ma il suo seme di papavero è andato perduto e ne eredita un'identità precaria, un'instabilità affettiva, un'assenza di radici e di rapporti umani.
Quasi fosse il percorso a tappe, della propria vita, Na Ga si perde numerose volte, da quando catturava anguille, di notte, per la moglie del capoclan Daru, lei che da vera Lu delle montagne non ne aveva mai vista una prima, a quando si convince che sua madre è una delle tartarughe allo stagno del tempio, a quando con Daw Daw Seng approda nella casa della famiglia americana di Mor e Far, che la abbandonerà nuovamente mentre la Birmania di quei giorni si scaglia contro lo straniero, l'abbandona come fece la sua famiglia, la quale la vendette come schiava per arginare le difficoltà economiche, e da allora ha perduto il sonno. Non riesce Na Ga a lasciarsi andare, nonostante la sua ingenuità non le consenta ancora di distinguere il bene dal male, di fidarsi continuamente delle persone. E così ingannata da un intermediario, che le fa credere di poter lavorare come domestica per famiglie altolocate, viene drogata e deportata in Thailandia, dove il mercato della prostituzione apre le porte ad una nuova sedicenne.
I primi istanti, dopo il risveglio, ti lasciano sgomento, sono umilianti, Na Ga viene violentata, calpestata, picchiata, soffocata. Soffocata sì, perchè la ragazza capisce subito che non serve ribellarsi, che prima accetti la situazione, prima riuscirai a sopravvivere, diversamente verrai eliminata. Ecco, Na Ga conosce la Thailandia delle strade battute e dei locali notturni, il Cleopatra, il Castello della Regina, il Napoleone, il Bar della Buona Sorte, Spogliarelli Live, Magic Girl. Fino a quando non saprà il valore economico del proprio riscatto, non potrà lasciare quella parte della sua vita. Tra un cliente e l'altro le sue giornate sono scandite dai discorsi con le altre ragazze, confrontano i prezzi del sapone, dello shampoo, del rossetto e dello smalto, degli antibiotici e degli aborti. Subisce iniezioni contraccettive, antibiotici per le infezioni, le pillole per abortire e quelle per dopo l'aborto, le polveri e gli unguenti per i tagli e le abrasioni.
Fino a quando, dopo l'arresto, in seguito ad una retata, finirà in un campo profughi e qui le sembrerà di incontrare l'illusione di un affetto. Will, l'uomo che vorrà allontanarla dalla Thailandia, sarà colui che le darà una casa, un posto in cui vivere senza paura. E Na Ga, terrorizzata dall'idea di tornare a prostituirsi, si annulla nuovamente, si sottomette ad una volontà non richiesta, lava, stira, pulisce la casa, cucina, attende Will anche in piena notte, convincendosi di non farlo per amore, ma perchè le cose non cambino, chè Will la tenga per sempre lì. Ma in realtà è amore, e l'amore fa compiere gesti folli, assurdi, tanto che Will non la vorrà più lì, in quanto potrebbe compromettere le sue relazioni amorose.
Na Ga dovrà tornare in Birmania e per farlo dovrà percorrere la strada per Wanting, la cittadina cinese sul confine, nella quale incontrerà personaggi loschi, di malaffare, ormai devastati. Soggiornerà all'Hotel dell'Amicizia in cui incontrerà il signor Jiang, il quale dovrà aiutarla a uscire dal paese, ma una mattina il suo corpo suicida sarà rinvenuto e allora, come in un limbo, Na Ga vive le sue giornate affamate alla casa da tè birmana del mercato, all'ombra di un gigantesco baniano, in balia dei suoi dubbi, della sua vita trascorsa. Solo l'insistenza di Minzu, la receptionist, scioglierà lentamente la cortina di ferro dietro la quale si è barricata, per proteggersi, per non soffrire, e si abbandonerà ad un lungo sonno, una nuova consapevolezza si impadronirà di lei, per trovare una nuova strada.
Ecco che la scrittura di Wendy Law Yone è quasi miracolosa, il lettore si immerge completamente nelle vicende di Na Ga, si trova a combattere, l'ansia e la forza, la crudeltà della realtà vissuta, l'autrice ha la capacità di toccare un argomento così discusso, legato al turismo sessuale, alla prostituzione dilagante, nell'area orientale dalla quale proviene, con una narrazione corrosiva, lancinante. Improvvisamente è riflettere, ciò che ci induce a fare, anche se Il seme del papavero è una storia di fiction, non dista poi molto dalla realtà, dalla storia di Na Ga, di come le ragazze vengano costrette a prostituirsi, di come possono uscirne solo dopo aver pagato il riscatto, delle violenze, delle volgarità, della sottomissione, dell'annullamento totale dei propri desideri. L'energia della scrittura di Wendy Law Yone è un monito alle illusioni, alla semplicità, alle finzioni, è uno stimolo indagatore, sono parole che si trasmettono.


LA STANZA DEGLI SPIRITI di Shilpa Agarwal - Recensione a cura di Paola Zoppi

In un'India lontana dai tristi e disperati amori cinematografici, La stanza degli spiriti di Shilpa Agarwal, edito da Piemme, tradotto da Laura Pignatti, indaga l'animo profondo dell'essere umano. Quando si compiono gesti irriducibili, ai quali non si può più porre rimedio, non basta il tempo ad attutire la crudeltà della coscienza. La scrittrice indiana ha il pregio di esaminare senza giudizi, attribuendo ai fantasmi le sembianze degli uomini. La stanza degli spiriti è il libro del mese (luglio-agosto), leggi l'intervista all'autrice su: http://www.librinterra.com/p/il-libro-del-mese.html
La famiglia Mittal, vive a Bombay e custodisce un segreto, a cominciare da Jaginder, il padre, che ogni notte fugge per andare ad ubriacarsi all'adda di Rosie e Savita, la madre, che il tempo ha reso sterile e acre, quasi invidiosa dell'esistenza altrui. Dheer e Tufan, i due gemelli. Il primo, mangia di nascosto i cioccolatini che sono banditi dalla sua dieta, e il secondo, continua a fare la pipì a letto. Nimish è segretamente innamorato di Lovely, la vicina di casa, una ragazzina così bella e sofisticata. E Lovely ha un insaziabile bisogno di libertà, di fuggire dai progetti della sua famiglia. La sua famiglia. Deve dileguarsi dalla violenza che essa ha in serbo per lei. Ognuno di loro nasconde qualcosa. Ma il segreto più grande lo nasconde, lo reprime, lo allontana Maji, la capo famiglia.
Mentre Pinky è solo una bambina di tredici anni e come tutti i bambini, ha un desiderio irresistibile: aprire la porta del bagno che di notte deve, obbligatoriamente, restare chiusa. Maji chiude con il chiavistello la porta di legno lucido intarsiato a tre pannelli, e la riapre solo al mattino. Pinky, anche se non passa giorno che Savita le dica esplicitamente che è un'indesiderata, si sente attratta da quella casa, le piace il suo giardino, l'albero di tamarindo, e poi c'è Nimish. Ma che cosa si nasconde là dentro? Ogni volta che vi si trova al suo interno, Pinky avverte qualcosa, o meglio, qualcuno. Fino a quando, inspiegabile razionalmente, lo spirito, perchè è di uno spirito che si tratta, comincia a comunicare con lei. Attraverso il secchio, che usa per lavarsi, le mostra ciò che è accaduto tredici anni prima: una bambina piccolissima è annegata durate il bagno. Ma sul punto di capire come ciò avviene, dalla troppa paura Pinky scappa. E questo sembra essere il tormento dello spirito, far uscire tutto allo scoperto, mostrare a tutti ciò che è successo. Così una notte, inspiegabilmente, la porta del bagno resta aperta e lo spirito di Chakori esce. Il passato è libero. Comincia a vagare per le stanze, attraverso i panni stesi ad asciugare in casa, a causa dei violenti monsoni. Ciò che tiene in vita lo spirito è l'acqua. Tutti sanno che l'ayah che stava lavando la piccola, si è distratta e la bimba è affogata. Ma sono davvero andate così le cose?
Pinky è approdata nella famiglia Mittal proprio dopo la morte di Chakori, quasi a doverne prendere il suo posto, anche se non andò così. La madre di Pinky, Yamuna, era morta da rifugiata a Lahore nel tentativo di attraversare il fiume per entrare in India durante la Partizione. I soldati avevano fatto  sparire il cadavere dicendo che era annegata (p. 36). Morì, lasciando solo suo marito e la bambina. Maji, la capofamiglia, decise così di prendersi cura di sua nipote ad ogni costo. Ma Pinky soffre per la solitudine nella quale è confinata e neanche l'amore di Maji le può bastare.
Lo spirito continua a presentarsi agli occhi di Pinky, l'aggredisce, la tormenta e la bambina esausta, terrorizzata, ammutolita non riesce a capire che le vuole comunicarle. Esasperata, alla fine, Pinky rivela a tutti che lo spirito è lì. E lei non è la sola che riesce a vederlo. Anche Parvati, una delle domestiche, vede la bambina. Nessuno, però, pare sapere come andarono veramente le cose, fino a quando tutto precipita.
Jaginder fugge di casa, dopo l'ennesima lite con la moglie, e Gulu l'autista mentre attende il suo ritorno, sotto la pioggia scrosciante, vede qualcosa. Anche l'ayah è tornata e in una tremenda notte, abbattuta da violenti temporali ogni cosa prende nuovamente vita. Non basteranno i riti del tantrista e del sacerdote perchè torni la calma. La finta quiete in cui viveva la famiglia Mittal viene spazzata via. Ciò che accadde quel giorno, lontano tredici lunghi anni, riemerge definitivamente. Sarà solo Pinky a poter riordinare i tasselli e disporre di un nuovo inizio.
Shilpa Agarwal, nata a Bombay, vive e lavora a Los Angeles, in La stanza degli spiriti, insegue un'India poco cinematografica, i suoi personaggi vivono di apparenze: felicità, soddisfazioni e quiete sono una messa in scena. Il lettore scoprirà, attraverso un linguaggio avvolgente, tagliente e ricco, che questo inseguire fantasmi non ha niente a che fare con pratiche pagane e ancestrali.
Tuttavia si tratta di fare i conti con la propria coscienza. Shilpa Agarwal dipinge una famiglia attanagliata dai propri sensi di colpa, dalle proprie assenze, i fantasmi che bussano alla porta sono le voci con le quali bisogna fare i conti, prima o poi, nella vita. Solo quando ci si rende conto di ciò che è accaduto realmente, e lo si accetta, il castello della propria esistenza si scardina a poco a poco, tutto viene spazzato via, ma solo a quel punto, la famiglia Mittal può veramente ripartire da quel limbo durato tredici anni.

UNA GIORNATA AL MONTE DEI PEGNI di Elena Loewenthal - Recensione a cura di Paola Zoppi

E' uscito l'ultimo libro di Elena Loewenthal e vi sarete accorti della sua particolarità, a partire dal titolo: Una giornata al Monte dei Pegni, edito da Einaudi. Una serie di racconti che disegnano memorie e ricordi di chi, cautamente, fa la fila al Monte dei Pegni e lascia libera, forse per sempre, una parte del proprio passato.
Potrebbe essere una ragazza bionda, tinta, che cerca di riscattare un anello e una catenina sottile con la manina di filigrana portafortuna, invano. Senza la ricevuta, piena di parole scritte in una lingua incomprensibile, nulla si può più riscattare.
Puoi incontrare Eva, o meglio Cosima, che faceva la segretaria in una ditta di biscotti, e aveva un amante molto facoltoso che le regalava pellicce e gioielli. Ed ora Eva, vorrebbe liberarsi della sua pelliccia di visone color pastello, con un unico scopo: un paio di tette nuove, essendo costretta a fare il tagliando periodico, “piccolo” particolare che il chirurgo estetico le aveva astutamente omesso.
E poi una borsa magica, che contiene innumerevoli cose, apparentemente insignificanti, ma se custodite, al riparo dal tempo, un valore nascosto lo conservano. Anelli, portachiavi, un vecchio giubbotto, una brocca di ceramica, piccoli pezzetti di una vita, dai quali è difficile separarsi.
Oppure come Salvatore che, dal Molise, è giunto al nord per cercare un po' di fortuna e lavora al banco del pesce al mercato, un odore che si trascina a casa, sui capelli, sulle mani. Salvatore che non ha i soldi per pagare l'affitto, che negli ultimi giorni è aumentato, ma su suggerimento di Gemma impegna la Madonnina con la catena d'oro che è quasi trasparente, ottenendo gli inattesi sessanta euro.
I dodici racconti di Elena Loewenthal hanno un filo conduttore, tutti gli uomini e le donne che si avvicendano per le strade, salgono i pochi scalini, schivano i due brutti ceffi all'ingresso, entrano nell'atrio, prendono il numero e fanno la coda, vanno al Monte dei Pegni per innumerevoli motivi. Chi per necessità, per disfarsi di poche cose, per ripartire da zero, per disperazione, per affetto, tutti hanno lasciato, non senza dolore, i propri oggetti, nella speranza un giorno di avere nuovamente il denaro per riscattare i propri valori, per avere subito i pochi euro e non soccombere alle difficoltà. Elena Loewenthal osserva attentamente il fluire continuo una moltitudine svariata di persone, alle quali non si può ricondurre una fascia sociale, un patrimonio, una tipologia, un genere, ma tutti al Monte dei Pegni lasciano un pezzo di vita per riscattare quella odierna.


IL RISTORANTE DELL'AMORE RITROVATO di Ito Ogawa - Recensione a cura di Paola Zoppi

Ne hanno già fatto un film. Ed è un vero successo editoriale. Il ristorante dell'amore ritrovato di Ito Ogawa, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Gianluca Coci, è un'esplosione di colori, di odori, di sensazioni, di amori. Non è un romanzo culinario, ma è la vita di una donna che dal cibo distilla una rinnovata felicità.
Quando rientra a casa, dopo una giornata di lavoro al ristorante turco, Ringo perde del tutto la voce. Lo shock nel ritrovare solo le quattro mura imbiancate, la spiazza totalmente. Tutto è sparito, la sua vita, il suo fidanzato indiano con la pelle che odora di spezie, il denaro nascosto, i suoi amati attrezzi di cucina, il mortaio di epoca Meiji ereditato dalla nonna materna, la casseruola Le Creuset, il coltello italiano un regalo per i suoi vent'anni.
Perchè Ringo ha una grande passione: cucinare. Cucinare non nel senso dello sfamarsi fine a se stesso, ma riuscire, attraverso il cibo, a riaccendere i propri sensi, cercare un po' di pace, rivitalizzare l'anima, insomma: ritrovare se stessi. Così senza pensarci troppo, ancora sulla soglia di casa, prende la sua borsa di paglia e l'amato nukadoko della nonna e decide di tornare nel suo villaggio natale. Ma la vita di Ringo è tutt'altro che semplice. Oltre ad essere stata abbandonata dal suo fidanzato, al villaggio natale l'attende la madre dalla quale è fuggita a quindici anni, in un giorno di primavera, e con la quale i rapporti, con il tempo, si sono congelati.
E non lo smentisce il loro primo incontro. Non solo la madre vorrà indietro i soldi prestati, ma Ringo dovrà badare anche al maiale, Hermès, che fino ad allora è vissuto in simbiosi con sua madre. Così dovrà trovarsi un lavoro. Ma perchè non aprire un ristorante? Sì, adattare il granaio costruito dallo spasimante di sua madre, Cementino. Con un po' di fatica e aiutata dall'amabile Kuma-san, tuttofare del villaggio, ormai abbandonato dalla moglie argentina, Shiñorita, e dalla figlioletta, ecco che il Lumachino prende vita. Simbolo della lentezza che si deve riappropriare dei nostri corpi, mentre mangiamo, assaporando ogni singolo ingrediente e ripescare nei propri ricordi, nei propri desideri la chiave di svolta. Così fa Ringo. Dall'asprezza dei primi tempi, nella quiete di monti che la circondano, supera il suo dolore, con un lungo pianto e riacquista lentamente fiducia in se stessa, ma soprattutto fiducia negli altri.
Il ristorante ammetterà solo una coppia al giorno, per la quale studierà nel dettaglio il menù appropriato, in base ai lineamenti e alla fantasia dei clienti, coppie che non tralasciano colpi di scena, riuscirà a far innamorare due giovani ex compagni di scuola, con una zuppa a base di zucca, carote e mele, soprannominata Zuppa Je t'aime, farà ritrovare il gusto della vita nella Concubina, vestita a lutto da molti anni, smuoverà dalla depressione un piccolo coniglio inappetente, abbandonato lungo la strada, dalla sua famiglia, tanto che la sua cucina sarà considerata “magica”. La scelta degli ingredienti è quasi un'ode all'Oriente e non solo, all'insegna del contemporaneo kilometro 0, ed ecco che il nukazuke di mele, la zuppa in stile samgyetang di pollo ruspante allo shōchū, il sorbetto di yuzu, il kyey o del Myanmar, polpette di seppia e komatsuna, l'ashi tebichi di Okinawa, il pot au feu francese, il maiale in agrodolce all'italiana, il rāmen, il mapo doufu del Sichuan, prendono vita.
Ogni singolo incontro spronerà Ringo a proseguire lungo il suo cammino, il suo dono, la sua abilità in cucina combinata ad una dose di profonda sensibilità avranno il potere di rendere felici le persone, rendendo, così, un po' felice, anche se stessa. Tuttavia il difficile rapporto con sua madre continua ad essere un relitto arenato. Ed ecco che in una notte, bruscamente, sua madre le rivelerà cose mai sentite prima e la serenità lentamente conquistata, viene compromessa. Ringo smarrisce nuovamente la strada, ma quando sembra non esserci più rimedio, qualcosa capita sempre, e nel ristorante dell'amore ritrovato basterà far riecheggiare la sua voce, perchè tutto riprenda il suo corso.

L'ULTIMA CAROVANA DELLA PATAGONIA di Raùl Argemì - Recensione a cura di Paola Zoppi
Una casa editrice giovane, La Nuova Frontiera, che pubblica autori di lingua spagnola e portoghese dalla scrittura indelebile, come Raul Argemì. Argentino, di La Plata, dalla sua biografia trae certamente la forza della sua scrittura, un autore che si impone, nel panorama ispanoamericano, come tassello importante.
Così L'ultima carovana della Patagonia non ha potuto che colpirmi, per la sottigliezza e l'energia con cui snoda il racconto, che ritrae una scenografia affatto distante.

È un'Argentina sopraffatta dalla crisi economica, dove la Giostra, ideata dal governo per tentare di arginarla, che sposta continuamente gli impiegati statali nei vari angoli del paese, lo scenario in cui si districa la storia dell'ultima carovana della Patagonia.
Roque Pérez, un uomo alto con una chioma di capelli brizzolati, quasi bianchi. E gli occhi grigi socchiusi, con un costante luccichio di diffidenza. L'aria sospettosa, la distanza che teneva per non scoprirsi, per non lasciar trasparire quella strana tenerezza che nascondeva come se se ne vergognasse (p. 160-161); a sedici anni da ciò che accadde, incontra Laura, una donna alla ricerca di un padre. È convinta che suo padre, Anselmo, abbia cambiato nome e sia il Roque di oggi, in ogni caso è certa che egli sappia chi possa esserlo, Sinceramente non so se lei è mio padre. Questa è la verità. Ma se non è mio padre, lo ha conosciuto e sa che fine ha fatto (p. 30), perchè Laura sa che suo padre era coinvolto nell'affare del Polo Somuncurà, a Fiske Menuco. In un gelido inverno, con la neve che imbianca le strade, le domande di Laura sciolgono i nodi di un passato, non poi così distante. Il loro legame è custodito in una lettera spiegazzata, carica di nostalgia. Roque Pérez è la voce che confonde i ricordi, la realtà e la fantasia, per riportarci in quei giorni.
Ex militanti, utopisti, impiegati, sei persone in tutto e Roque Pérez, riuniti nella sperduta cittadina di Fiske Menuco, in Patagonia, con l'obiettivo di progettare e costruire una nuova città in pieno deserto. Il loro ufficio appena aperto, gli opuscoli inviati alle agenzie di viaggio tentano di convincere avventori e turisti giapponesi a investire in questo proposito, dando vita a dialoghi quasi surreali.
In realtà il grande progetto della cittadina è la copertura per la nascita di un partito rivoluzionario, un partito basato sulla fraternità e la libertà, ma che esclude l'eguaglianza, L'ho scartata perchè è un concetto pericoloso. Chi arriva al potere finisce per avere in testa un modello e mozza con l'accetta tutto ciò che rende diversi (p.118), un partito che faccia riemergere i puri ideali di utopia e cerchi di far ripartire il paese. E i sette militanti sono chiamati a costituirlo sotto le redini di un uomo che segue gli sviluppi da lontano, che si ciba di biscotti e caffè, il quale è consapevole che per fondare un nuovo partito ci voglia molto denaro, Abbiamo bisogno di parecchio denaro per avviare la prima fase della nostra campagna politica. Potrei stornare soldi dalla provincia, ma non lo farò perchè appartengono al popolo. E poi ci vuole un fatto importante che ci unisca e ci dia fiducia (p. 120).
Quindi che fare? Beh, rapinare una banca. Persuaso che sia il sogno più recondito che tutti custodiscono nel cassetto. Tutto è pronto, una mappa di Fiske Menuco, e una con l'interno della banca in dettaglio, ad ognuno è affidato un ruolo preciso nell'esecuzione della rapina, a dire il vero, tutti parlavano sempre di esproprio, ma a me è sempre piaciuto di più pensare all'azione come a una rapina (p. 171). E poi la situazione precipita e qualcosa inevitabilmente accade. Diversamente perchè Laura cercherebbe suo padre dopo sedici lunghi anni? Non ci resta che seguire le parole di Roque Pérez, per scoprirlo.

HOTEL BOSFORO di Esmahan Aykol - Recensione a cura di Paola Zoppi

Non amo particolarmente i gialli, ma grazie al Salone del Libro di Torino e ad alcuni suoi ospiti, che li scrivono, sono riuscita ad addentrarmi un poco in questo genere. Ho rotto il ghiaccio con Hotel Bosforo di Esmahan Aykol, edito da Sellerio e tradotto da Emanuela Cervini.
Come si fa a recensire un giallo senza svelare troppo, dove i dettagli sono importanti, senza per questo non far intendere il coinvolgimento che si prova nella lettura.
Innanzitutto Kati Hirschel, una tedesca-turca, non è una detective, non collabora con la polizia, è una libraia specializzata in gialli, che sono la sua passione, vive ad Istanbul, fatta di kebab e sale da tè, e la città è distante dalla retorica fatta di esotismi, Istanbul, per Aykol è una città rumorosa, fatta di ponti, una porta fra occidente e oriente, locali notturni e soffocata dal caldo pomeridiano.
Un giorno bussa alla sua porta, o meglio, le telefona, una sua vecchia amica, Petra, ora attrice rinomata, per farle sapere che sarà ad Istanbul per girare il suo ultimo film e con lei arriverà non solo il cast del film ma anche un omicidio. All'Hotel Bosforo, dove risiede la troupe, il regista viene assassinato, mentre si rilassava in acqua, con un asciugacapelli gettato nella vasca da bagno.
Quale occasione più ghiotta per Kati Hirschel: un omicidio che vede coinvolta Petra, quale principale indiziata, sulla quale pendono misteriose rivelazioni compromettenti, come non mettere alla prova tutto il suo background di giallista, per risolvere il delitto, un po' per amicizia, un po' per una irrefrenabile curiosità. Kati Hirschel è però una donna un po' goffa, ironica, che incappa in una storia d'amore proprio mentre segue le orme dell'assassino, mentre cerca di carpire indizi, cerca di staccarsi dalla propria routine. Ed eccola passare le sue serate in compagnia di ogni svariata moltitudine umana, dove ogni personaggio è pensato e descritto secondo un ottimo obiettivo, Kati Hirschel vuole risolvere questo caso ad ogni costo e non saranno minacciosi ricchi produttori, la polizia, giornalisti o i suoi conoscenti a farla desistere. Hotel Bosforo non lascia intendere il suo finale, come il tortuoso vicolo che percorriamo a Istanbul, nel duplice fascino fra Est e Ovest, per ritrovarci, poi, in mare aperto.

LO SGUARDO DEL LEONE di Maaza Mengiste - Recensione a cura di Paola Zoppi (LIBRO DEL MESE: http://www.librinterra.com/p/il-libro-del-mese.html)

Anno 1974 e la storia di una famiglia che si intreccia alla storia dell'Etiopia. O meglio, la storia di una famiglia che è in realtà la storia di un paese.
Hailu, il capo famiglia, medico stimato ad Addis Abeba, padre e nonno, colui che è capace di “resuscitare i morti”, perlomeno è quello che credono, tenta di preservare coloro che ama dalle atrocità dei giorni. Combatte contro la propria etica, tradendo le promesse fatte, nel tentativo di salvare la moglie, Selam, dalla morte cui è destinata. Per trent'anni ha lavorato nel suo ospedale, e il Black Lion Hospital è ormai lo spettro di se stesso. 
Rincorre un'unità famigliare, che si sta dissolvendo, per non dover accettare ciò che si sta verificando attorno a lui. Fino a quando la realtà non busserà al suo studio, sotto forma di una giovane stuprata, torturata, in fin di vita, avvolta in un sacco di plastica, sfumando l'illusione di essere inattaccabili.
Yonas, il professore, figlio di Hailu, è colui che attende nell'ombra, non partecipa attivamente alle attività sovversive e non si capacita del coinvolgimento dei propri famigliari. Yonas, che apparentemente consegna il proprio padre nelle mani dei torturatori, non è esente dal dolore e con il rosario in mano, rifugia le proprie pene nella stanza delle preghiere. Così distante da Sara, sua moglie, che crede di essere vittima di un maleficio, di essere ella stessa distruttrice di ogni cosa buona vi sia sul suo cammino. Dalla morte dei propri genitori, attivi combattenti per la libertà dell'Etiopia, alla malattia che colpisce la figlia Tizzie, non si da pace. Dal suo senso di colpa cerca un po' di pace ed è questo che la induce a partecipare alla resistenza clandestina.
Non restano che Dawit e Mickey. Due giovani uniti da un'infanzia in comune. Divisi dall'incedere della storia. Dawit aderisce alle idee rivoluzionarie che pongono fine all'era dell'Imperatore, che sconfisse l'occupazione italiana. Crede nella rinascita del paese all'ombra del comunismo, fino a quando non si vocifera sulle attività dei militari, fino a quando l'economia del paese viene razionata e razziata, fino a quando non riconosce il benessere dei potenti, nelle lettere di Mickey, a scapito del popolo. E che dire di Mickey. Non distante dai ritratti di giovani arruolati nelle fila militari per sconfiggere gli oppositori del regime, per imporre il silenzio del nemico, per mantenere l'ordine, la sicurezza. Per giungere alla carriera di sanguinario. Si intravede ancora il profilo del bimbo, che spinge fino in fondo le lenti degli occhiali per vedere meglio, nell'uomo che imbraccia il fucile, sotto minaccia, con un sacchetto di plastica in testa, e spazza via i funzionari imperiali con una scarica di pallottole. Le vite di Dawit e Mickey giungono ad un punto di non ritorno.
Maaza Mengiste racconta, “rievocando l'essenza di quegli anni tumultuosi attraverso l'immaginazione”, come riportato nella nota dell'autrice, un paese che ha sconfitto l'occupazione italiana, che vede nascere uno stato fatto di resistenti, e ancora che viene sovvertito dai militari e che boccheggia nel tentativo di una controrivoluzione. Nel romanzo, la promessa che tutto si sarebbe svolto senza un bagno di sangue, viene smentita dai cadaveri di giovani, bambini, intellettuali e studenti, strappati alle proprie case, ai propri famigliari, abbandonati per le strade, con ancora le scritte oltraggianti sui corpi, apposte con il loro stesso sangue. Le stesse strade in cui la propaganda militare si fa incessante, con parate sontuose, manifesti propagandistici e assemblee obbligatorie. La durezza dei significati è abbacinante.
La narrazione di Maaza Mengiste non chiede clemenza a nessuno, neanche alla scrittura. Il suo stile asciutto, distante dalla retorica, attento a non superare la soglia del facilmente impressionabile, pone l'accento sulla storia, solo sulla storia, senza discussioni. Il ruolo della violenza imprescindibile dall'accadimento degli eventi narrati, la tortura inflitta ai corpi increduli, l'abbandono dei cadaveri per le strade, l'escalation delle violenze l'indomani di un attentato, è spaventosamente calibrato e tangibile. E il leone è una costante, lasciando trasparire che lo sguardo del leone è forse lo sguardo di chi tenta di rialzarsi dopo un duro attacco, dopo le scariche elettriche, i pugni, i calci e le infamie, ma nonostante questo non cede.

IL VIAGGIO D'INVERNO di Amèlie Nothomb - Recensione a cura di Paola Zoppi

Zoïle, un vero parigino, ha un obiettivo nella vita. Dirottare un aereo.
Astrolabe è una donna che condivide la vita con un'autistica gentile.
Aliénor è un'autistica gentile, che non deve alla malattia la sua strabiliante dote di scrittrice.
Le due donne vivono in un appartamento senza riscaldamento, e prima ancora in uno senza acqua corrente, rendendo molto più affascinante la propria esistenza agli occhi di Zoïle che, un giorno, capita nel loro appartamento. Astrolabe vive il suo sacerdozio, votata completamente all'assistenza dell'amica, convinta che ella non possa vivere senza il suo supporto, ma che in realtà percepisce molte più cose di quante si possano immaginare, ma che in realtà cerca di avere un suo scopo nella vita, che diversamente sarebbe, pressochè, vuota. In questo modo, forse, presta un po' di assistenza anche a se stessa.
Zoïle, però, se ne innamora, perdutamente. Per Astrolabe, è disposto a scendere a patti con l'assurdità della loro prossima vita in comune. Anche se poi riflette sulla sua proposta irrazionale.
Astrolabe non si separerebbe mai da Aliénor. E la vita in tre non è il suo desiderio più profondo.
Fa male la sua presa di posizione, fa male vedere non condivise, allo stesso modo, le proprie emozioni. Zoïle capisce che Astrolabe non lo ama come lui ama lei.
Il rancore assume la portata di un aereo.
Zoïle sa che solo lui può dare una svolta. Un Psilocybe guatemalteco è la porta della comprensione. Solo dopo il viaggio estatico in cui partono, e atterrano, tutti e tre, la consapevolezza dell'egoismo di cui sono vittime, la distanza che si produce inevitabilmente fra i loro sentimenti, gli farà riacquistare il senso del loro rapporto, sciocche gli appariranno le parole dell'amata. Il viaggio d'inverno di Schubert riecheggia. L'amore, che li rende lontani, prova a tendergli una mano. Ma siamo fuori tempo massimo. Ed è per questo che dirottare un aereo sui cieli di Parigi è la sua prossima missione.
Niente a che vedere con gli atti terroristici degli ultimi anni, ma “un unico vero atto d'amore”. Contro cosa, però, dovrà schiantarsi l'aereo? Qual è il suo obiettivo?
L'amore doloroso possiede una lettera dell'alfabeto, che si tramuta in un oggetto. Un oggetto commissionato che simboleggia da anni un innamoramento eterno.


BEVETE CACAO VAN HOUTEN! di Ornela Vorpsi - Recensione a cura di Paola Zoppi

Quante donne. Sin dal titolo, l'agghiacciante storia del condannato a morte che deve, dietro compenso alla famiglia, reclamizzare a gran voce “Bevete cacao Van Houten!”, prima di essere giustiziato, una voce narrante ci introduce nel mondo senza età di Moma, barricata sul ciglio di un cancro. Quindi Valbona che non riesce a frenare i sogni di fortuna di Gazi, neanche con l'amore.Finkete e Lumturi, madri oltre ogni confine. Rifugiarsi nella follia del figlio, Arti, per trovare riparo dalle brutture e aggressioni di un marito assetato; riporre tutti i propri desideri di riscatto nello sguardo, ormai perduto, di Lucien, che nella Francia dell'incanto, da straniero, tenta di arrabattarsi in ogni modo.
E poi Lolly, Beatrice, Anja, Jeanne, Petra e tante altre, ragazze immagine, che esibiscono i propri corpi contro la vergogna di chi le addita, le schiva, se ne sente attratto. Per permettersi di continuare a studiare. Per poi morire a ventisette anni, come Lolly, con ancora un corpo di meraviglie, pieno di aspettative.
E cosa dire di Teuta, lontana dagli sguardi indiscreti, affida tutta la propria innocenza ad un indirizzo stropicciato per un visto fatto di sole, di piazze e di cappuccino, ma che rivela come una sfavillante occasione nasconda tutta la crudeltà del mondo.
Sullo sfondo l'Albania. Una terra che ancora si colora di rosso nelle cartine geografiche di Petraq, che ancora racconta della polizia per le strade di Tirana che tenta di tenere a bada i sogni di fuga, una terra che, nei quattordici racconti, diviene il passaggio per cercare la propria sorte lontano.
Ornela Vorpsi, nata a Tirana e che scrive in italiano, racconta di donne, spietatamente. Donne che rifiutano la propria natura, donne che sacrificano sentimenti, aspirazioni, sogni. Maternità. Ma anche di uomini. Di uomini affascinanti. Di chi rifugge la propria anzianità. Di chi fa sfoggio della propria aggressività. Uomini belli. Uomini consumati. Insicuri.
L'epilogo è l'ansia di sentirsi fuori posto. Ornela Vorpsi ritrae un'indisposizione, il tempo che non transige, lo smarrimento. Inquieta, infine, l'indifferenza umana che atterrisce.


MEHWISH PARLA AL SOLE di Uzma Aslam Khan - Recensione a cura di Paola Zoppi

Uzma Aslam Khan mi aveva già conquistata con il suo precedente romanzo, Trasgressione, edito da Neri Pozza. Un romanzo splendido, un alternarsi di voci che si inseguono per svelare il racconto. Bene, oggi potete trovare in libreria Mehwish parla al sole, un romanzo meraviglioso che non smentisce la bravura, l'ineccepibile capacità di raccontare i sentimenti e la Storia, della Khan..
Mehwish parla al sole è un romanzo a quattro voci. Nel Pakistan anni Novanta, in tempi relativamente vicini, durante il regime di Zia ul Haq, una bambina di nome Amal, segue le orme del passato. Affascinata dalla professione del nonno, Nana, appassionato di scavi e continuamente ossessionato dal dimostrare l'esistenza del cane-balena, Amal diviene celebre per aver trovato, nel Salt Range, Punjab pakistano, un osso, l'anello mancante, la S nascosta, del leggendario animale.
I tempi corrono, e corrono a ritroso. Il Pakistan, in quei giorni, vede animarsi per le strade un movimento di riaffermazione dei precetti religiosi, il tentativo da parte dei politici di applicare la sharia nei tribunali.
Uzma Aslam Khan, in questo romanzo, racconta le piccole cose. Il vivere quotidiano che viene stravolto, maggiori restrizioni vengono imposte, ogni personaggio femminile viene limitato nelle sue scelte, le donne si ammassano in un angusto riquadro, congelate dalla propria rettitudine, e io non so cosa sia peggio: il gongolare della castità femminile o la tracotanza della vanità maschile (p. 292), Sehr non può più giocare nella squadra di rugby, Amal non può partecipare agli scavi con il nonno, e così via. Mentre viene lodata Shaista perchè a vent'anni ha già un figlio, e quindi il suo profilo di donna è già compiuto, concluso. Poi ci sono donne come Ama, che dopo aver perso un figlio, restano in balia di una depressione e il conforto viene da Apa Farzana, dall'osservanza religiosa.
Una delle quattro voci è l'uomo del passato, Nana, nonno, padre, suocero, ha un'unica grande passione: la scienza e tutto ciò che tramite essa si può dimostrare razionalmente. Ma è anche un uomo che si perde nella leggenda del cane-balena, che tenta con esso di giustificare le proprie scelte e quando trova il piccolo osso, la S nascosta, le teorie darwiniane non sono più solo un'illusione.
La scienza irrimediabilmente si scontra con le scelte politiche, che non possono accettare discorsi profetici sulla casualità, e per questo Nana è ostacolato nella sua professione, viene deriso, insultato e aggredito durante le sue conferenze, viene minacciato da due lettere anonime. Nana viene tenuto d'occhio. E infine arrestato.
Il personaggio di Noman, che significa nessuno no man, è il collante che unisce le sue sponde, l'osservanza e l'obbedienza, non solo verso i precetti, ma verso Aba, il proprio padre, che lo mette innegabilmente in soggezione, in famiglia, in pubblico, nel privato; e l'attrazione per le azioni vietate, le animate discussioni, il ragionamento. Noman è un giovane che cerca, nell'esperienza degli altri, di costruire la propria identità. Ed è un identità in conflitto. Appassionato di aritmetica, scrive i discorsi pubblici del padre, fervente osservante, esponente politico e passa le sue serate a ubriacarsi, non solo di alcol, di chiacchiere, di logiche contrastanti, di riflessioni e di turbamenti. Le serate in compagnia di Nana, sono una fenditura in tempi di importanti chiusure. Ed è così che maturano i suoi sentimenti.
La voce di Amal è la vera ribelle del romanzo. Sin da piccola è sua abitudine seguire il nonno negli scavi, passare le giornate in luoghi sperduti, nel deserto, circondata da uomini adulti, luoghi dove alle donne non è permesso stare, può dormire sino a tardi, uscire con le amiche, andare alle feste, usare abiti attillati. Non per questo dobbiamo credere che non vi siano regole alle quali deve attenersi, ma Aba, il padre, cerca solo di non ostacolare la figlia, sulle basi di una fiducia reciproca.
I tempi, però, cambiano e Amal cresce. E crescono i suoi sentimenti: dal senso di ingiustizia che confina la sua libertà, il suo lavoro di paleontologa, l'impotenza e la rabbia che crescono nei confronti di tutti coloro che la circondano, all'opposto, ma di eguale intensità, cresce l'amore, la timidezza, la gelosia. Amal è uno spirito difficile da imbrogliare.
Dal titolo del romanzo, intuiamo, che la vera protagonista è Mehwish. Perchè Mehwish rappresenta il tempo. Mehwish è la sorella cieca di Amal che perde la vista il giorno esatto in cui Amal trova l'osso del cane-balena. È la costante, colei che quasi invisibile agli occhi degli altri, così protetta, consolata, piena di attenzioni, osserva. Paradossalmente Mehwish guarda e nota tutto. Affina i sensi e si comporta, pensa e riflette come se vedesse.
Mehwish è il tempo che trascorre, ostinatamente, come ci dice il titolo del romanzo. Mehwish parla al sole, che scandisce, a sua volta, il nostro tempo. Attraverso un linguaggio scarno, impreciso, ma più autentico, esprime, racconta la sua versione dei fatti. Ha imparato a vedere attraverso gli occhi di Amal ed ora è pronta per gustare il mondo, ho la testa piena di domande come quando sono nel traffico con Amal, le frasi sono auto che ci tagliano la strada a destra e a sinistra. È rumoroso come il silenzio quando Amal mi lascia sola in un posto che non conosco (p. 211). Ascoltando le discussioni di chi le sta vicino, che agisce come se lei non fosse lì, restituisce al lettore un tassello importante nel romanzo. È proprio questo l'elemento importante, Mehwish è considerata un'eterna bambina, la sincerità che la distingue, con la verità sempre pronta sulla bocca, la porta a scontrarsi con la sfera familiare nella quale è stata sempre custodita, i suoi punti di riferimento cambiano e nemmeno la sorella è un riparo sicuro nel quale nascondersi, Mehwish è un sollevamento himalayano su piccola scala. I nostri cuori arrugginiscono, l'unità si corrode. La fossa tettonica ci separa, ma forse lei preferisce così (p. 314). E Amal confessa, ho nostalgia di quando per lei l'università era universi età, le virgolette erano virgo elette e gli esperimenti erano spermimenti (p. 334). Mehwish segue il sole. Di quale sole stiamo parlando? Mehwish parla al sole. Conosce le diverse ore del giorno. Ha nella testa un osservatorio buio come quello di Samarcanda (p. 38).
Lo sfondo apparentemente sfocato, ma dal quale emerge tutto il suo radicamento esistenziale è Lahore, sento l'odore di Lahore, che di solito si sente solo d'estate, quando fa così caldo che la gente annaffia i vialetti. Aprono la pompa dell'acqua per dare una sferzata all'afa. E poi quell'odore: strade bagnate, terra che spalanca le fauci, tensione rilasciata. I vapori mi si insinuano sulla lingua e giù nei polmoni. È l'odore delle fertili gallerie del passato di Lahore. È l'odore di una donna (p. 330).
La quarta porta è l'amore. È una commistione di sentimenti così forti che la lettura sobbalza. La scienza, la razionalità di cui sono fatte le prime pagine, la porta del mondo, si sciolgono nell'irrazionalità degli affetti. Amal, che è stata da sempre gli occhi di Mehwish, ora cerca di essere i nostri occhi. Quando il potere politico cerca un espediente per scaricare tutta la rabbia mal celata, una escalation di violenze compromette l'equilibrio e la vita dei protagonisti. La storia di Amal si congiunge con quella di Nana, anche lei è vittima delle insicurezze maschili, sa che il loro obiettivo è estenuarla, distrarla, spingerla ad andarsene. Teme che la sua voce non farebbe che dimostrare loro che ci stanno riuscendo. [...] Preferisce essere un angolo bizzarro della storia. Un angolo bizzarro migliore. Una deviante. Una donna scienziato. In anticipo sul suo tempo (p. 277). Uzma Aslam Khan restituisce, attraverso gli occhi di Amal e Noman, la stessa storia, con punti di vista differenti. Noman, escluso ed espulso dal suo senso di colpa, si impadronisce della sua identità, definitivamente, una volta creavo l'antidoto all'inquinamento della nostra società. Ora creo l'inquinamento (p.287).
Ne esenta Mehwish. I sentimenti si fanno più forti, avvicinano, nelle avversità, allontanano, perdono e riacquistano un nuovo significato. Mehwish è il tempo che sta a guardare, non impassibile, per riaffiorare, in una nuova consapevolezza.
Uzma Aslam Khan ha, infine, il grande merito di aver restituito alla parola un valore. Il suono, la ruvidità, l'intensità, la differenza e l'autenticità, della parola ha cercato di ricostruirne un significato profondo, in modo da conservarne un rielaborato impulso, causa ed effetto […] sono solo apparentemente due strade divergenti (p. 287).

LA RAGAZZA DALLE NOVE DITA di Laia Fabregas - Recensione a cura di Paola Zoppi

Stupisce il libro di Laia Fabregas, La ragazza dalle nove dita, edito da Guanda e tradotto da Laura Pignatti. Lei catalana, scrive in olandese e in una sorta di paralallelismo, con un pizzico di surreale ci presenta Laura.
Laura ha nove dita. Ha una sorella, Moira, di qualche anno più piccola. Lavora per una compagnia aerea, l'Iberia, e si occupa delle vite degli altri. Ha un album pieno di foto immaginarie, ma senza foto reali. Laura ha un passato assente. O meglio, è quello che crede. Fino a quando un giorno spunta una foto di due bambine colte di sorpresa da un obiettivo indagatore. Allora la storia si complica.
Il suo racconto si intreccia con gli anni difficili di Barcellona. Si insinuano i dubbi, sospetti sulla sua infanzia, che minano i ricordi, unici tasselli del passato. Figlia di ex militanti del fronte anti-franchista, non ha documenti, foto, ritratti del tempo, solo immagini riposte nei cassetti della sua mente e che ora decide di riversare in un diario. Il divieto di avere, conservare, scattare fotografie sembra essere crudele, doloroso ma se guardiamo, come spettatori,  i ricordi di Laura, quasi appaiono più autentici. Il richiamare ogni singola sfumatura del cielo, l'odore dell'aria, i colori dello sguardo del padre, rendono tutto più autentico. Quasi invidiamo la capacità di resistere al tempo, all'ingiallire di una semplice fotografia. Ma non è tutto qui. 
Laura riceve per posta buste anonime contenenti foto che la ritraggono bambina, una somiglianza così forte che coglie in fallo la memoria. L'equilibrio familiare, ora, si infrange per riscoprire, infine, nelle parole della madre, una nuova consapevolezza.
Laura ha nove vite. Come un alter ego i capitoli sovrappongono la vita di Laura, alla storia spagnola, ai giorni precari di Barcellona che annunciano profondi cambiamenti. Una larga metafora, come se la perdita di ogni singolo dito confermasse un nuovo inizio. Quasi fosse, la vita, un percorso a tappe, al termine delle quali non distingui più l'inizio e la fine. Ogni dito è un count down progressivo, l'avvicinarsi di Laura ad una verità che sta per emergere. 



L'AMORE E GLI STRACCI DEL TEMPO di Anilda Ibrahimi - Recensione a cura di Paola Zoppi 

In libreria vi imbatterete in una novità targata Einaudi: L'amore e gli stracci del tempo di Anilda Ibrahimi, scrittrice nata a Valona, che oggi vive a Roma. Un libro straordinario, imperdibile.

"Come se l'anno non avesse altri giorni". Il suono di questa ballata preannuncia una storia d'amore. Come d'amore incondizionato ci si può cibare. Amore e solitudine. Zlatan e Ajkuna. L'amore, la guerra. Serbi e kosovari. Come fratelli crescono nella stessa casa, i genitori amici di lunga data, solidali nelle sventure della vita. Uniti dal destino. Condividono le stesse passioni, le litigate fatte di quotidianità.
Divisi. Impossibile coltivare l'amore dove la terra inaridisce a causa della guerra. Zlatan serbo e Ajkuna kosovara, l'amore al tempo dei Balcani, verrebbe da dire.
Gli anni Novanta sono il teatro degli scontri in una terra lacerata dai conflitti. Il tempo rema contro l'amore e invariabilmente separa le etnie, quando non le uccide.
Il primo gennaio 1999 Zlatan e Ajkuna sono divisi, costretti a dirsi addio promettendosi di ritrovarsi, si dicono non ancora pronti a vivere l'uno senza l'altro. Sentirsi morire senza l'altro. Incapaci di comprendere l'allontanamento.
"Come se l'anno non avesse altri giorni". Arruolato con la forza nelle milizie armate serbe, Zlatan, odia la sua nuova immagine di soldato e riuscirà a fuggire, a giungere in Italia. Ajkuna si perde nelle orde della storia, subisce, da donna, la sua violenza e profuga vivrà in Svizzera. "Ajkuna aspetta le persone che promettono di tornare. Aspetta la mamma sul divano spaventata dai tuoni. Senza mai muoversi". Ajkuna è il tempo di Zlatan. In Svizzera nasce Sarah, che gioca al gioco del papà sulla panchina della stazione. A Roma compare Ines e Zlatan se ne innamora, perchè in fondo "Ines è la ragazza che Zlatan aveva lasciato anni prima con quella promessa fatale. Ines è Ajkuna preservata nel tempo". Si sopravvive anche all'amore, anche quando scopri, aprendo la porta, che ormai sei innamorata di un passato che non potrà tornare. Il tempo verrà a chiedere di loro e non resterà che rubare i suoi stracci perchè il passato ha tutti gli istanti del presente.



CHE COSA RESTA di Christa Wolf - Recensione a cura di Paola Zoppi 

Domani, 9 Novembre, cade il ventennale dalla caduta del muro di Berlino e Berlino stessa, in questi mesi, è la capitale di molti avvenimenti e celebrazioni.
Un libro significativo del crollo è Was bleibt di Christa Wolf, tradotto da Anita Raja per i tipi di E/O, appena ripubblicato, con il titolo di Che cosa resta, un testo simbolico che fa coincidere il crollo del muro con il crollo delle illusioni. La frase conclusiva di questo romanzo pare essere il punto di inizio di una nuova Storia, Christa Wolf si chiede infatti che cosa resta quando tutto crolla, si disfa e lo smarrimento si impossessa di te.
E' un testo molto intenso che da voce alle paranoie di cui è vittima la protagonista, che impersona in molti dettagli la scrittrice stessa, sorvegliata dall Stasi perde a poco a poco il diritto di vivere il proprio quotidiano, giungendo al culmine del romanzo, punto in cui, in seguito ad una manifestazione in cui degli studenti vengono caricati dalla polizia, ci si chiede che cosa resta di tutti gli ideali, le convinzioni e i sogni che hanno popolato la vita, ci si chiede come si può ricominciare, come sia necessario trovare un'altra lingua in cui la protagonista potrà tornare a scrivere. Il tempo, a distanza di vent'anni, ha ridisegnato le identità perdute.