Scrittori

© Jocelyn Seagrav
WENDY LAW YONE per LibrInTerra

La cosa che mi chiedono sempre è perchè scrivo così poco. La domanda, naturalmente, non mi viene posta in questi termini. Di solito è più diplomatica. “Quanto tempo ha impiegato per scrivere questo libro?”, oppure, “Quanto tempo è passato dall'ultimo libro?”. Ma è sempre la stessa domanda, formulata in modi diversi, e che mi avvilisce. Perchè qualsiasi sia la mia risposta, non posso girare intorno alla realtà, al fatto che scrivo veramente poco – oppure se vogliamo essere più indulgenti – è che scrivo molto lentamente, per una che non ha altri lavori da fare.
È diventata una battuta frequente fra la mia famiglia e i miei amici, dire che l'uscita media dei miei romanzi era lunga un decennio. Certamente è stato un record per i primi vent'anni della mia carriera. Dall'idea all'uscita, di The Coffin Tree, il mio primo romanzo, ci sono voluti circa dieci anni di produzione. E il risultato non è stato Guerra e Pace – sia per il contenuto sia per la lunghezza, ma un libro che, per poco, non è stato definito “sottile”. Dieci anni ancora ci sono voluti prima che pubblicassi il mio secondo romanzo “Irrawaddy Tango”. Di nuovo non era Guerra e Pace, ma 289 pagine, tranquillamente oltre il “sottile”.
Ma quando nei successivi dieci anni – poi undici, dodici, quindici – passarono senza nessun nuovo libro in vista, le battute si sono arenate. Le persone cominciavano a meravigliarsi. Io cominciavo a stupirmi. Qual era il problema? Ero forse in coma? Devo ammettere che ci sono stati momenti in ho creduto di esserlo.
The Road to Wanting (Il seme del papavero), il mio terzo romanzo, è uscito lo scorso aprile – diciassette anni dopo l'ultima pubblicazione. Un nuovo record. Diciassette anni per scrivere un romanzo, persino per Guerra e Pace, sarebbero difficili da giustificare. Di certo potrei accampare una serie di scusanti. Potrei scrivere un romanzo intero sui drammi e sconvolgimenti nella mia vita personale e come questi influiscano sulla scrittura, come non mi permettano di scrivere di più o più velocemente. Potrebbe essere un romanzo postumo.
Scherzi a parte, c'è, in verità, una ragione perchè questo romanzo, in particolare, ha richiesto più tempo rispetto agli altri che ho scritto. Ma prima vorrei dirvi qualcosa su di me: io sono nata in Birmania, e sono cresciuta nella capitale Rangoon. Nel 1967, all'età di vent'anni, a causa della situazione politica sono stata costretta a lasciare il paese. E sono stata costretta anche a rinunciare alla cittadinanza, e con essa, al diritto di tornare a casa, in qualsiasi momento.
Ci sono voluti ven'anni perchè facessi ritorno in Birmania. La parte che ho potuto visitare, non era ciò che avevo conosciuto del mio paese – un'area lungo il confine con la Thailandia, dove centinaia di birmani si rifugiarono per sfuggire al brutale giro di vite dei militari. Questo accadde nel 1989, quando mi fu assegnato, da una rivista americana, di scrivere sull'alleanza fra gli studenti e gli eserciti etnici ribelli.
Fu durante quel viaggio, e altre visite guidate nella regione, che venni a conoscenza di un'altra crisi della politica di confine, quella del traffico umano e della prostituzione organizzata. Nello stesso tempo, ho avuto modo di sentire alcuni discorsi nei circoli accademici femministi e nei circoli sociali (perlomeno in Bangkok). Al centro di questi discorsi c'era il concetto che, per molte ragazze della provincia, la prostituzione era, al momento, una corsia preferenziale per uscire dalla povertà, una sorta di empowerment, un mestiere. Le prostitute, perciò, dovrebbero essere considerate delle “sex workers”. Non ero un'esperta della vita rurale in Thailandia, così non ho potuto mettere in discussione i punti di questo ragionamento, però la maggior parte di queste ragazze, chiamate sex workers in, Thailandia, oggi provengono dalla Birmania. Questo mi ha spinto ad affrontare il fenomeno sia nel micro che nel macrocosmo.
Eppure più leggevo sull'argomento, più mi pareva che la piaga della prostituzione organizzata fosse vista solo come un dato statistico, non come un problema sociale visto in scala globale. Come la povertà. Oppure l'analfabetismo. E le statistiche, si sa, sono per loro natura smorzanti. Le statistiche sono territori in cui gli elementi matematici rappresentano forme umane, dove l'individuo cessa di esistere. Come per le statistiche, così pure gli eufemismi sono necessari per le atrocità quotidiane a cui assistiamo. La pulizia etnica. Il traffico umano. La professione più vecchia del mondo. E cosa c'è da dire che non sia già stato detto su questi mali eterni – su clichés, come la professione più vecchia del mondo? Niente, direbbe qualcuno. Ma sul fatto preoccupante che dietro ogni statistica, ogni cliché, c'è una vita vera, un vero e proprio essere umano?
Nella mia mente una storia cominciava a prendere forma – la storia di un personaggio in particolare. Immaginavo una ragazza, smarrita senza nome, senza volto, nello smisurato universo del traffico umano. Questa ragazza è rimasta con me così a lungo, da crescere e da adolescente diventare adulta, ed è stata costretta a seguire una strada che l'ha portata dalla propria casa, in un villaggio di montagna, alle città della Birmania, Thailandia e Cina – una strada comune a molte ragazze come lei (stando alle statistiche). Ora, è qui che il lungo e inspiegabile ritardo comincia.
Molto è stato detto sul potere, simile a un dio, che uno scrittore ha per ciò che riguarda i suoi personaggi. Non ho mai capito il perché di questa analogia, non credo che uno scrittore abbia sempre sotto controllo il mondo che ha creato. A me sembra più simile all'adozione di un bambino che la creazione di un essere. Come un bambino che giunge inaspettatamente nella tua vita, il personaggio è un dono. La provenienza del dono può essere niente di più divino della tua stessa psiche o immaginazione. Ma è pur sempre un regalo. Questo bambino, che appare dal nulla, prende la tua mano, insiste per essere notato e non si esprimerà ancora nel modo giusto. Ti chiederai quali sono i suoi bisogni ed è così che risveglierà la tua curiosità.
E così si comincia. Inizialmente per curiosità, poi per interesse, ti avvicini a questo bambino e il legame si stringe e tenderà ad aggrapparsi a noi, ci chiederemo il perchè e dove si trovano i genitori? Fino a comprendere che i genitori non ci sono e che probabilmente ci troviamo di fronte un orfano. Quando ho adottato Na Ga, la protagonista di The Road to Wanting (Il seme del papavero), non sapevo cosa dovevo fare. Non avevo idea delle difficoltà a cui sarei andata incontro con una ragazza come lei, una ragazza proveniente da un mondo che conoscevo così poco (anche se provenivamo dallo stesso paese), che finisce in un altro mondo (nel traffico della prostituzione) del quale sapevo ancora meno. Una ragazza che però non parla. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a farla parlare, per molto tempo la conversazione era a senso unico, l'unica voce che riuscivo a sentire era la mia.
E poi vi erano altri problemi. Non capivo molto del comportamento di Na Ga. Le sue azioni mi confondevano, e volevo, come tutti i genitori, stabilire delle regole che rispettassero i miei valori e i miei pregiudizi. Ma lei era inamovibile: un vero problema. Ero seriamente preoccupata per ciò che le sarebbe accaduto se l'avessi lasciata andare. Non riuscivo a vedere come avrebbe superato il suoi considerevoli handicaps da sola. Quali speranze se l'avessi lasciata andare così com'era?
Anno dopo anno ho continuato a lottare sentendomi abbastanza sciocca per averla adottata. Anno dopo anno sparii. In qualche modo, pian piano, ho iniziato a vedere che Na Ga era ciò che era. Non era compito mio renderla più comprensibile o amorevole al resto del mondo. Ho anche visto che la testardaggine, l'impenetrabilità, erano la prima cosa che mi attirava di Na Ga. Frutto della cicatrice di una grande ferita che tutte le donne conoscono anche se ne sono state risparmiate. Solo quando ho fatto pace con me stessa sull'inadeguatezza del mio potere, quando ho potuto ammettere che non ero dio, che non ero un vero genitore, ma solo una custode temporanea di questa, piuttosto eccezionale creatura, che era passata attraverso la mia vita – solo allora avrei potuto fare quello che avevo timore di fare sin dall'inizio. Solo allora ho potuto lasciare andare Na Ga.
(Leggi l'intervista a Wendy Law Yone su: http://www.librinterra.com/2010/09/in-viaggio-lontano-intervista-wendy-law.html)
Articolo di Wendy Law Yone © LibrInTerra





RADHIKA JHA per LibrInTerra

Quando cominci a leggere un libro, quello che pensi che sta per succedere in realtà non accadrà affatto. Questo potrebbe essere il modo migliore di leggere, farti portare per sentieri che non avresti mai immaginato di percorrere, ma in modo così dolce e seducente, che ogni passo sarà un piacere. A me accade la stessa cosa quando scrivo un libro. Quando penso a quello che sto per raccontare, quando comincio un libro, non è mai ciò che la storia sarà per davvero. La storia, la vera storia rivela se stessa lentamente. Non so fino alla fine che cosa accadrà, nè come finirà la mia storia. Ad un certo punto la storia mi trasporta per strade che non avrei mai sognato di percorrere. Spesso sono costretta a fare ricerche su argomenti di cui non so nulla e non pensavo mi sarei mai interessata, come l'inseminazione artificiale del bestiame e le tecniche di corrida.
All'inizio, quando ho iniziato a scrivere Il dono della dea ('Lanterns on their Horns' avevo un'immagine di una moto e una voce, di una mucca che era stata abbandonata. Non sapevo perchè questa voce particolare e questo animale in particolare (non umano) mi avessero affascinato. Quindi, come ho scritto, altre persone entrarono nella storia: Ramu, l'uomo povero, non istruito, con un cuore innocente, che trova la mucca; Laxmi, sua moglie, istruita, orgogliosa, intelligente e bella, e che non può dimenticare la vergogna di suo padre. Gopal Mundkur, il capo del villaggio, in cui la mucca risiede, un uomo d'onore, un eroe tragico. Ad un certo punto della scrittura del libro tutto si è capovolto, quelli che pensavo fossero I perdenti si rivelarono I vincitori e I vincitori finirono per perdere. In un villaggio che fu spostato dall'altra parte del fiume, senza più una strada per raggiungero, giunge un uomo in sella ad una modo Enfield nera con bidoni pieni di sperma congelato e ne rompe l'isolamento.
Mi è piaciuto molto scrivere questo libro. Mi ci sono voluti sei anni. Ho imparato molto: per prima cosa, la vera ragione per cui le mucche sono sacre agli Hindu, e la seconda è che ho imparato qualcosa su cosa significa essere moderni e perchè diventare moderni è ed era inevitabile. Nessuno, nemmeno una mucca che non serve più a nulla, può sfuggirgli. (Leggi l'intervista a Radhika Jha su: http://www.librinterra.com/2010/05/il-significato-delle-parole-intervista.html)
Articolo di Radhika Jha © LibrInTerra

© Miriam Berkley
MAAZA MENGISTE per LibrInTerra 

Sembra che la natura stessa di una rivoluzione forzi la domanda: “Per cosa siete disposti a morire?” Per noi è facile immaginare una persona che sacrifichi la propria vita in nome dei propri ideali. Ammiriamo queste persone e inseriamo le loro storie nei miti e li commemoriamo nella storia.
Lo facciamo, credo, perchè vogliamo vedere riflesse le parti migliori di noi stessi, quando li guardiamo.
Ci ricordano il nostro potenziale di grandezza. Ci ricordano che esiste una chiara linea di demarcazione fra il Bene e il Male e che ogni brutta azione è stata un atto necessario, che può essere giustificata da un bene superiore.
Quando ho iniziato a scrivere il mio romanzo, “Lo sguardo del leone”, ho voluto sfidare il mito dell'eroe. E se le nostre azioni di resistenza contro il male ci trasformassero nel nemico? Che cosa significherebbero la nostra fragile resistenza, i nostri ideali e la nostra dignità? Chi ci combatterebbe se diventassimo la stessa cosa contro la quale stavamo combattendo?
Ognuno dei miei personaggi nel mio romanzo deve lottare con queste domande e le risposte che trovano non sono mai facili. Attraverso “Lo sguardo del leone” ho cercato di non esaminare per cosa saremmo disposti a morire ma ciò che renderebbe la vita degna di essere vissuta.
Articolo di Maaza Mengiste © LibrInTerra